Tristram Potter Coffin. (a cura di).

MITI E LEGGENDE 20: Cronache Ancestrali.


Titolo originale: The Enchanted World 20: The Book of Beginnings. 1986
Traduzione e adattamento di: Costanza Rodot e Alda Teodorani.
1998 Hobby & Work Italiana Editrice, Bresso (MI).
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
In questa ricca collana viene presentata una lunga serie di miti e delle leggende pi o meno note e diffuse per la gioia di grandi e piccini.
In questo volume: Cronache Ancestrali. All'alba del tempo, quando ancora tutto doveva essere, di e demoni si battevano per creare tutto ci che ci circonda. Un'antologia fantastica dei misteri che si celano dietro la creazione.
.
...
Il Curatore.
.
Tristram Potter Coffin, Consulente capo della collana,  docente di inglese presso l'Universit della Pennsylvania ed esperto in letteratura popolare.
 autore di numerosi libri e di pi di 100 articoli.
Tra le sue opere pi note ricordiamo: The British Traditional Ballad in North America, The Old Ball Game, The Book of Christmas Folklore e The Female Hero.
...
.
...
Indice.
.
Capitolo Uno.
Fuori dal Caos.
La Follia di Fetonte.
.
Capitolo Due.
La Leggenda Celeste.
Oscuri Drammi del Firmamento.
.
Capitolo Tre.
La Dama della Vita.
Il Miracoloso Viaggio di No.
.
Fine Indice.
...
.
...
Capitolo Uno.
.
Fuori dal Caos. (La Madre delle Acque).
.
In anni perduti, quando la notte sembrava durare l'intero inverno, nelle lande lontane del nord i cantastorie si raccoglievano intorno a grandi fal per scacciare il buio coi loro racconti. Le donne anziane filavano mentre narravano come era la vita ai tempi degli avi. I guaritori e gli sciamani, che avevano le dita macchiate dal succo delle potenti erbe usate per le loro pozioni misteriose, descrivevano le grandi gesta e le enormi sofferenze che avevano segnato la razza fin dagli albori. Mentre si passavano la coppa di sidro, i bardi prendevano la parola per cantare, oppure per raccontare un'antica storia. La loro memoria era prodigiosa: ricordavano tutte le vicende del loro popolo, tutte le abilit conquistate faticosamente e le lezioni imparate a duro prezzo. Era come se le parole fossero state legate tra di loro, messe al sicuro in un fitto intreccio di ritmo e di rime perch non andassero perse.
In questo modo, nella calma immota della notte, i bardi dividevano con gli altri la loro saggezza. E mentre i ceppi di pino intrisi di resina scoppiettavano tra le fiamme, e fuori di casa l'immensa lastra di ghiaccio del lago nero strideva e gemeva, qualcuno inevitabilmente avrebbe chiesto di narrare la storia che aveva dato inizio a tutte le storie. Cos avrebbe sussurrato: Racconta ancora come inizi tutto.
La domanda aveva molte risposte e nessuna di queste era semplice. Alcune provenivano da luoghi lontani e strani popoli ed erano state trasportate come bagagli dalle trib che migravano, nascoste nelle borse degli ambulanti o nei sacchi degli eserciti predatori. Altre erano nate nel luogo stesso in cui venivano narrate ed erano antiche quasi quanto la terra.
Secondo alcune storie, il mondo doveva aver preso vita dalla ghianda celestiale di un'enorme quercia con molti rami. Le forti radici della quercia reggevano la terra, mentre la verde chioma offriva riparo a tutti gli esseri viventi. O ancora si diceva che il mondo fosse stato fabbricato da un mastro artigiano, un fabbro alto quanto il cielo e che possedeva la vastit dell'orizzonte. Egli si ergeva sudando davanti a un'antica forgia alimentata dal fuoco primordiale. Usando mazza, mantice e molle, grazie alle sue misteriose abilit, aveva trasformato il caos fuso in una creazione solida.
Altri raccontavano la storia di un uovo gigante di provenienza misteriosa che avrebbe racchiuso dentro di s la terra e tutte le cose viventi. Le persone tremanti di freddo che abitavano sui gelidi monti, avevano ancora una diversa versione sull'inizio
del mondo: partiva da molto indietro, dal tempo in cui tutto era fatto di ghiaccio, e sosteneva appunto che la terra fosse stata creata dal corpo di un gigante di ghiaccio.
I bardi, per, la cui memoria era ancora pi antica, raccontavano con voci tonanti della Grande Madre della vita. Una figura oscura, una regina dai molti nomi, remota come le stelle ma anche vicina, come la terra generosa su cui poggiamo. Era amorevole sorgente di vita ma anche dispensatrice di morte. Manifestava la sua rabbia tremenda con tempeste, flagelli e catastrofi. Era capricciosa e potentissima, veloce nella punizione e magnanima nel perdono. La terra stessa avrebbe potuto essere il suo corpo, le montagne il suo seno. E il suo latte nutriente scorreva grazie a i ruscelli che alimentavano il mare. La primavera e l'estate erano per lei stagioni feconde, l'autunno e l'inverno quelle del riposo inviolabile, in cui dormiva profondamente, avvolta in sogni imperscrutabili e indifferente alle sofferenze dei suoi figli.
A volte, per, veniva svegliata con invocazioni e lusinghe dal caldo, dolce profumo del sacrificio di sangue, o dall'adorazione di pietre sacre, statue squadrate prive di volto e fuochi sacri.
La Grande Madre si manifestava in molti modi. A volte era una vecchia saggia e rugosa, oppure era una scrofa bianca quanto la neve, o ancora una cavalla grigia.
Un vecchio cantastorie finlandese la ricorda come una giovane dea che viveva nel tempo prima del tempo. Aveva due nomi, come due erano le facce della sua oscura esistenza: Vergine dell'Aria era il primo, Madre delle Acque il secondo.
Le sue origini erano misteriose. Si diceva fosse figlia del Re dell'Aria ma non si sapeva niente di pi di suo padre e del suo regno se non che possedeva un palazzo. Librato negli empirei, alto sopra un'infinita distesa di acqua, era nascosto dietro i veli delle luci nordiche. Aveva pareti di nebbia e un tetto di arcobaleni. L'eco delle sue ottomila stanze risuonava degli altrettanti diversi tipi di vuoto. Le finestre scintillanti si affacciavano sul nulla e i corridoi proseguivano all'infinito, incontrandosi e dividendosi, allargandosi e restringendosi. Le loro estremit si trovavano oltre il nulla.
Questa era la casa della Vergine dell'Aria. Come vivesse, di cosa si nutrisse, che lingua parlasse, erano soltanto supposizioni. Si sapeva, per, che non trovava pace, come il vento che spazzava le stanze del palazzo. E un giorno pass (o forse cadde, o venne spinta da qualche forza invisibile) attraverso un'enorme porta che si apriva sul nulla.
Piomb nelle infinite caverne delle nuvole. Se avesse urlato l'eco del suo grido si sarebbe udito in tutto l'universo: era una gigantessa dalle dimensioni eccezionali, ma i venti la presero come fosse un fuscello e la trasportarono gentilmente verso l'Oceano che l'aspettava. Mentre scendeva dolcemente verso le onde altissime esse si incresparono per accoglierla. Per un istante i due elementi se la contesero: il mare la sollev perch ricevesse la carezza del vento e poi la trascin via.
Presto il gioco tra vento e acqua divent terribilmente serio. L'oceano si sollev in flutti adirati, il vento si avvoltol in una tempesta furiosa e cattur le onde nel suo vortice. Le due forze opposte combattevano selvaggiamente per lei, insensibili alle sue grida.

Alla fine, il vortice si ferm e le raffiche si acquietarono. Non ci fu nulla, solo il silenzio. La gigantessa galleggiava, non pi vergine. Nel suo corpo nasceva ora una nuova vita che cresceva profonda dentro di lei, seminata dal violentissimo e competitivo corteggiamento delle forze della tempesta e del mare.
Adesso era il tempo della gestazione. Mentre lei aspettava che il frutto misterioso maturasse, nuotava tra le acque e fu da qui che i bardi cominciarono a chiamarla Madre delle Acque. Nuot a lungo, ma non trov altro che l'oceano. A volte per alleviare il peso nuotava sulla schiena, cercando di vedere la sua casa nel Regno dell'Aria; ma era caduta tanto lontano, nel suo tuffo senza fine, che le sarebbe stato impossibile scorgere il palazzo. Se mai il padre, l'elusivo Re dell'Aria, fosse venuto a conoscenza del suo destino non si sa, comunque non diede nessun segno.
La Madre delle Acque era una dea immortale, e dunque non aveva nessun bisogno di misurare il tempo. Si calcola, per, che abbia galleggiato in mezzo all'oceano, con l'acqua che sorreggeva il suo ventre fecondato, per addirittura settecento anni.
Anno dopo anno, secolo dopo secolo, galleggi prima verso est, quindi verso ovest, poi a nord, infine verso sud. Ogni tanto nuotava, irrequieta e di cattivo umore. Pi spesso si lasciava portare e, in un profondo stato di trance, nutriva il bambino nel suo ventre con il sangue della vita e i suoi poteri divini.
Per tutti quegli anni, completamente concentrata su quanto le stava accadendo, essa indirizz tutte le sue energie e le sue attenzioni all'interno, in contemplazione del mistero grandioso della vita che cresceva. Poi ci fu un giorno in cui non si trov pi sola. Misteriosamente arriv un messaggero alato.
Veniva dal nulla oppure da qualche altra dimensione pi popolata, dove le divinit danzavano e rendevano tutto magico. Era una gigantesca anatra che mostrava con ostentazione il suo piumaggio a righe e screziato. L'uccello si abbass sull'acqua, poi si sollev e scese di nuovo, cercando disperatamente un posto dove atterrare.
La Madre delle Acque guard lo stanco battito delle sue ali. Gli occhi accesi e lucenti dell'uccello incontrarono quelli della madre e tra loro scatt un lampo di simpatia improvvisa, senza parole: una comunicazione silenziosa tra dio e dio.
In risposta la gigantessa alz un ginocchio fuori dall'acqua. L'uccello rote, lanci un unico grido di richiamo quindi atterr facilmente sul grande e morbido terrapieno. Per quanto l'uccello fosse grande e per quanto fosse ampia la sua apertura alare era nulla in confronto alla vastit del ginocchio della Madre delle Acque. La creatura rimase ferma per un momento, quindi si sistem e inizi a costruire un nido con le sue morbide piume, come se fosse soddisfatta di aver trovato finalmente il luogo ideale che stava cercando.
La Madre delle Acque galleggiava e guardava. Per prima cosa l'uccello fece un uovo dorato, liscio e scintillante. Poi ne usc un secondo, dorato come il primo e rotondo come la pancia della dea. Quindi ne venne un terzo, un quarto, un quinto e un sesto, tutti identici. Infine l'anatra gener un settimo uovo diverso dagli altri.
Era un uovo scuro e pesante come il ferro, opaco e grigio quanto gli altri erano chiari e lucenti. Se esistevano ancora dubbi sul fatto che l'uccello provenisse da una sfera che si trovava fuori dal normale regno della natura, questa strana progenie li annullava tutti.
L'uccello scosse le ali e si accoccol meditabondo sul ginocchio della Madre delle Acque, badando che le uova fossero al caldo, lontane dal gelo delle onde. Qualsiasi cosa si dissero l'uccello e la gigantessa, nessuno lo seppe mai. Si fecero certamente compagnia nel periodo di quell'attesa tranquilla.
Poi, lentamente, il tempo della pace ebbe fine. Le uova, inizialmente fredde come il metallo di cui erano fatte, mano a mano che l'uccello vi restava seduto sopra, divennero sempre pi calde. In breve tempo si fecero di un rosso scintillante, quindi di un bianco rovente e bruciarono la pelle morbida del ginocchio della Madre delle Acque. Questa, sebbene fosse una dea, non era insensibile al dolore e, con un profondo grido che ruppe l'aria, precipit con violenza nel tormento. Scalciando freneticamente agit le acque in un grande turbinio di onde e, una a una, le sette uova roventi scivolarono gi dal nido e velocemente rotolarono via dal suo ginocchio. Quando colpirono la superficie dell'oceano si ruppero e andarono in frantumi.
Impressionata, la Madre delle Acque si guard intorno per vedere l'anatra. Il misterioso uccello, per, era volato via.
Allora successe qualcosa di meraviglioso. Non and perso nemmeno un pezzetto del guscio n del suo contenuto. Da una met degli involucri opalescenti e dorati si gener la terra, dal resto nacque la volta celeste, maestosa sopra la terra. Il tuorlo giallo acceso brill come sole, l'albume form la luna. Qualsiasi altra particella o frammento rimasto crebbe per diventare stella e nuvola. I resti dell'uovo scuro e ferroso formarono le tempeste che offuscarono il cielo.
Ancora una volta la Madre delle Acque galleggi via, poderosa e gravida. Ma adesso il sole la scaldava e la luna illuminava le sue notti. Serena, inizi nuovamente a sognare. Vide il sole sorgere per innumerevoli volte, per altrettante volte vide la luna sostituirlo. Il bambino non ancora nato rest come sempre dentro di lei.
Sospinta qua e l dalle maree guidate dalla luna, la Madre delle Acque sent che il tempo si stava avvicinando. Segu l'esempio dell'anatra e cominci a preparare un nido per la sua creatura. Sollev la testa e guard sopra di s. Riusc ad alzare la sua mano massiccia e ovunque pos le sue potentissime dita crebbero terre emerse e rupi, coste e promontori. Alla fine il mare, fino allora senza confini, fu abbracciato da una costa. Allarg le mani e form le spiagge sabbiose con le loro dune, colline dolci e montagne, e ancora picchi torreggianti. Con le unghie disegn i lati delle montagne creando crepacci, caverne e striature nelle rocce.
Quando fin questo lavoro, la dea gigante si rigir e si immerse, sotto la superficie del mare, con un fragoroso splash che quasi inzupp i cieli appena creati. Nuotando sott'acqua, immergendosi in profondit, cre il fondo dell'oceano, aprendo grotte sottomarine che sarebbero servite come nascondiglio per i
pesciolini e come punti d'agguato per i pesci predatori. Piant isole, alcune grandi e altre piccole come scogli, e ancora barriere nascoste che sarebbero state la sventura dei marinai.
Infine, raccolse delle pietre dal fondale e le forgi con le mani potenti per farne quattro grossi pilastri che avrebbero sorretto per sempre il cielo sopra la terra. Quindi sorrise, per quel che vedeva: la sua creazione era completa.
Improvvisamente sent degli urti violenti nel ventre. Il bambino che aveva aspettato per tanto tempo stava diventando impaziente; era giunto il momento che diventasse una parte del mondo che la madre aveva fatto. Lei si lament mentre lo sentiva scalciare e spingere in profondit dentro di lei, combattendo contro le sue ossa come fossero le sbarre di una prigione. Boccheggiando, alz il corpo e il bambino trov la strada verso la libert e la luce.
Dappertutto c'era sangue e foschia e un grande ribollire di acque. Poi ci fu solo buio e la dea termin il travaglio del parto. Quindi la Madre delle Acque guard in mezzo al mare e vide il bambino appena nato: Vainaminen. Era stato tanto tempo dentro di lei che era cresciuto fino alla sua forma completa, raggiungendo la piena maturit. Dal momento della sua nascita, possedette una profonda saggezza, una fronte ben disegnata e una lunga, venerabile barba bianca.
Nessuno seppe per certo che cosa la Madre delle Acque disse a suo figlio per dargli il benvenuto, ma  altrettanto certo che egli venne a lei completamente cresciuto, senza bisogno di essere accudito e fasciato, senza necessit di cure o di insegnamenti. Questo perch c'era molto lavoro che necessitava di essere portato a termine. La Madre delle Acque aveva fatto il mondo ma lasci a suo figlio l'incarico di vestirlo e di coprirlo.
Cos la dea fluttu sopra le acque per un lungo, meritato riposo guardando suo figlio Vainaminen mentre temprava i muscoli, metteva alla prova l'ingegno ed esaminava i suoi poteri. Lo vide mentre creava semi ed erbe, campi di fieno, frutti e alberi in fiore. Egli riemp il mare di creature e popol la terra, mise pini sui pendii delle colline, erica sulle rocce, ciliegi dove la terra era umida, ginepri pieni di bacche sul suolo sassoso, sorbi selvatici nei luoghi sacri e salici nelle paludi, alte querce lungo i fiumi e tutte le cose viventi e verdi che sarebbero servite come cibo, come combustibile e come riparo nei punti dove le persone sarebbero vissute. E lui, Vainaminen, il figlio della Madre delle Acque, sarebbe stato il primo tra loro: il primo agricoltore, il primo a prendersi cura delle foreste, il primo giardiniere. Soprattutto sarebbe stato il primo poeta e il primo cantastorie, al fine di trattenere per tutti i tempi futuri la memoria dell'inizio del mondo.


Il paradiso Terrestre.
La leggenda della massiccia Madre delle Acque, che nuotava nel suo mare primordiale, ha molte affinit con altre tradizioni sulla Creazione. Anche i cinesi narrano di un gigante, ma il loro era di sesso maschile e il vuoto nel quale si muoveva non era acqua, ma nubi turbinanti di caos.
Se i contadini che vivevano accanto alle rive del Fiume Giallo immaginavano il nulla in questo modo la cosa  normale: un anno dopo l'altro ondate di polvere ocra, alte come dieci pagode, soffiavano nel nord della Cina, dalle steppe a nord della Mongolia. Quando arrivavano queste nubi di polvere, gli aratri venivano abbandonati nei campi.
I contadini si riparavano gli occhi con scure sciarpe di cotone e spingevano i buoi stanchi lungo le strade piene di solchi, ansiosi di raggiungere le loro case prima che la tempesta soffocante li immobilizzasse. Sigillavano porte e finestre contro la polvere che cancellava la terra e il cielo e lentamente la faccia dello stesso paesaggio cambiava. Essi credevano che questa fosse l'immagine primordiale del mondo, quando il gigante P'an Ku apparve dal nulla. Lui non aveva una famiglia conosciuta. Semplicemente si form, lentamente, dentro una nube di polvere e caos. All'inizio era profondamente addormentato ma le nuvole di materia impenetrabile lo avrebbero nutrito. E mentre dormiva cominci a crescere. La testa divenne un globo enorme. Braccia e gambe crebbero di lunghezza e grossezza, fino a raggiungere dimensioni inimmaginabili. Poi qualcosa lo svegli, forse il suo stesso russare, assordante come il boato di un tuono. Sbatt i suoi enormi occhi, aprendoli. Tutto quello che pot vedere davanti a s fu buio e caos. In uno scatto di rabbia sollev le montagne con il pugno e colp le tenebre fino a ridurle in moltissimi, minuscoli frammenti.
D'improvviso le nubi si schiarirono. I frammenti confusi del caos fluttuarono dolcemente ovunque. I pezzi che erano yang - accesi, brillanti e caldi - volarono verso l'alto e divennero il cielo. Quelli yin - duri, scuri, freddi e pesanti - caddero in basso a formare la terra. P'an Ku stesso si alz in piedi e si mise tra loro. I suoi piedi erano piantati sulla terra, la sua testa reggeva la cupola del cielo. Mentre stava l cos (vi rest per moltissimo tempo, a detta di alcuni per diciottomila anni) il cielo crebbe, sempre pi alto, mentre la terra divenne dura, ancor pi dura e pesante.
Come era cresciuto tanto, e inspiegabilmente, mentre dormiva, cos P'an Ku, una volta sveglio continu a crescere, diventando ancor pi grande. Alla fine form una colonna vivente, alta migliaia di leghe, che impediva al tetto del mondo di rompersi e precipitare, fracassando cos la terra.
Per passare il tempo P'an Ku fabbric un martello e uno scalpello e li us per incidere l'universo fino a fargli prendere la sua forma definitiva. Forse non era solo mentre lavorava, dal momento che certe antiche leggende raccontano di tre bestie magiche, che vennero fuori da qualche posto inspiegabile per tenergli compagnia: un drago, una fenice e una tartaruga, che da quel momento in poi sarebbero state considerate come le creature pi sacre. Quando finalmente P'an Ku fu soddisfatto della terra e sicuro che le sfere celesti fossero fissate e immobilizzate, costru un'enorme montagna che reggesse il cielo in ognuno dei quattro lati della terra. Quindi sbadigli, si stiracchi, si sdrai per riposarsi con il sorriso di un artigiano soddisfatto dal frutto del suo lavoro e si addorment per sempre.
Anche nel suo riposo senza fine P'an Ku continu a servire il mondo. Il suo alito form le nubi bianche che arabescano il cielo e il vento che spazza la terra per tenerla fresca e dolce. La sua voce roboante si trasform in tuono, i suoi occhi rimasero vividi come sole e luna, il suo sangue si rivers negli oceani, nei laghi e nei fiumi della terra. La pelle di P'an Ku e i suoi capelli divennero piante e alberi. Le sue ossa e i suoi denti si dissolsero in metalli, minerali e pietre preziose: oro e cinabro, giada e diamanti, perle e rubini, ferro e sale.
Il mondo di P'an Ku era cos glorioso che divenne il giardino dei piaceri degli dei, che prima di questo momento si erano tenuti ben distanti in paradiso, senza mai rendere nota la loro presenza. Da quel momento iniziarono a visitare spesso la terra per godere delle sue bellezze: si librarono sulle montagne, esplorarono le grotte, corsero per i prati e le foreste, mangiando i frutti che crescevano sugli alberi finch il succo delle pesche, delle susine, delle bacche, colava gi per i loro celestiali menti.
Una visitatrice immortale, la dea N Kua, si trov insoddisfatta mentre percorreva questi paesaggi. Scuotendo la sua coda di drago da una parte e dall'altra, scrutava l'orizzonte lontano, cercando qualcosa che non riusciva a trovare senza darsi pace. P'an Ku aveva iniziato bene, ma la sua creazione non era ancora perfetta; mancava qualcosa e la terra le sembrava solitaria. La dea scav in terra e prese un pezzo di argilla gialla. Ci gioc per un po, toccandolo con i suoi artigli da drago, curvi e laccati. Fece una palla coi palmi delle mani; stringendola, pressandola e forgiandola, diede forma a una testa con una fronte ampia, le orecchie, gli occhi, il naso diritto e la bocca sorridente, molto simile alla sua. Ma anzich riprodurre in quella piccolissima figura una copia del suo corpo sinuoso e serpentino, scolp un torso, le braccia e le gambe. Mise la bambola sul terreno, quindi soffi su di lei una nube di incenso caldo e paradisiaco. Improvvisamente, le piccole braccia si piegarono, la testa ruot, le gambe cominciarono a scalciare e la figura inizi a ballare. N Kua raccolse altra argilla e forgi una figura simile, poi un'altra, e un'altra, finch il mondo fu pieno di persone. Lei rimase seduta per un po senza parlare mentre guardava le sue creature che esploravano il mondo intorno a loro, quindi si alz malvolentieri: era giunto il momento di tornare nel suo mondo. Prima, per, N Kua aveva un ultimo compito da assolvere. Anche se lei era immortale le sue creazioni erano solo argilla. Al contrario di colei che le aveva fatte, le creature sicuramente sarebbero invecchiate, e sarebbero morte.
Quindi lei le sollev due a due e sussurr nelle loro orecchie, fornendo istruzioni sull'arte del matrimonio. Poi, fidando che la razza umana sarebbe stata in grado di perpetuarsi, vol in cielo, nel palazzo dove viveva con il fratello.
Deliziato dalle creature che la sorella aveva creato, Fu tisi decise di regalare doni magici alla nuova specie. Scendendo sulla terra, egli insegn loro con dita pazienti a intrecciare reti da pesca in
modo che potessero trarre nutrimento dal mare. Per rendere pi gradevoli i loro momenti di riposo don loro il liuto. Pizzicando le sue corde essi avrebbero potuto riprodurre i suoni dolci che si diffondevano nella corte dei cieli. E, perch non soffrissero il freddo, insegn loro come accendere il fuoco con due pezzi di legno. Per ultima cosa insegn agli uomini l'arte della scrittura, perch potessero tramandare il loro sapere a tutti quelli che fossero venuti dopo di loro.
Sappiamo, per - molte storie che raccontano le origini del mondo si assomigliano - che questo nuovo paradiso terrestre fu quasi distrutto in un olocausto. I cantastorie cinesi attribuiscono la causa del cataclisma a una guerra tra due poteri cosmici rivali, lo spirito del fuoco e lo spirito dell'acqua. La battaglia ebbe inizio nei cieli ma si allarg rapidamente alla terra. Quando fin la dea N Kua discese per vedere la devastazione nelle zone pi vicine. Trov il suo amatissimo mondo in rovina. La superficie, una volta liscia, era piena di crepacci, rovinata da profonde spaccature e insenature. Le foreste erano in fiamme e sembrava che la polvere soffocante dalla quale il mondo era emerso stesse per inghiottirlo nuovamente. Dappertutto correvano animali selvaggi, che divoravano i terrorizzati esseri umani che incontravano.
L'intera terra sembrava impazzita. Il cielo era rotto, squarciato. Violente tempeste sibilavano nei cieli: avevano creato voragini e scuotevano la terra.
Subito la dea inizi a mettere nuovamente ordine nel mondo. Usando i suoi poteri celesti spense le foreste in fiamme e radun i resti delle piante bruciate e delle canne per asciugare le inondazioni e le alluvioni. Riport le bestie selvagge nei luoghi da dove erano venute e consol gli esseri umani terrorizzati.
Poi si accinse a un compito pi difficile e cio riparare il cielo, cos malamente danneggiato. Raccolse molte pietre lisce e scintillanti, scegliendo solo quelle rosse, gialle, blu, bianche o nere, che da quel momento in poi sarebbbero stati i colori di base sulle tavolozze dei pittori. Pest in un mortaio gigantesco alcune di queste pietre, fino a ridurle in polvere finissima. Quindi trasform la polvere in stucco per riparare le crepe pi profonde. Mise altre pietre in un grande calderone, le mescol e le raffin in un metallo che scintillava come giada, ma era pi duro del ferro. La dea, con la stessa abilit usata per formare il genere umano, us quel metallo per chiudere i buchi nei cieli. Adesso il mondo e le sue creature sarebbero state al sicuro fino alla fine del tempo. Anche nei tempi futuri, d'estate, quando il tramonto sarebbe stato al massimo del suo splendore, i suoi figli avrebbero guardato gli scintillanti colori del cielo e avrebbero riconosciuto la sua opera. Infine, cosa pi importante di tutte, spazz via le nubi di polvere e le macerie: dalla confusione del caos riemerse cos un mondo nuovo.


I primi frutti.
Le trib che vivevano nelle colline della Birmania narravano che all'inizio del mondo esistevano solo due esseri umani. Questi primi abitanti si chiamavano Yatam e Yatai e, sebbene avessero la corporatura di un uomo e di una donna non provavano nessun tipo di desiderio terreno.
Il Creatore decise che Yatam e Yatai sarebbero stati buoni genitori per tutti gli esseri viventi, quindi lasci cadere sulla terra per loro due zucche. L'odore fece crescere l'appetito sia in Yatam che in Yatai. Mangiando le zucche, ne tiravano via i semi che cadendo nella terra scura e morbida la fecero germogliare. Dopo tre mesi e sette giorni i semi erano cresciuti fino a diventare un grande rampicante, e dopo tre anni e sette mesi il rampicante diede dei frutti. Erano zucche e quando finirono di crescere, dal loro interno si sentivano provenire suoni di vita. Erano suoni animali come latrati, grugniti, cinguetti, oppure umani come grida, risate o sospiri e voci. Mentre i semi stavano germogliando, Yatam e Yatai avevano scoperto il piacere del sesso e quando le zucche maturarono, accadde lo stesso a Yatai. Alla fine diede alla luce una bambina con gambe e orecchie da tigre. Mentre la bimba cresceva Yatam e Yatai cominciarono a desiderare dei nipotini ma non c'era nessuno con cui far sposare la figlia. Potevano ancora sentire i suoni all'interno delle zucche ma non riuscivano a trovare il modo per romperne il guscio, ben saldo.
In tutto il mondo esisteva, per, un altro essere vivente: un dio, con le sembianze di un giovane uomo che era sceso dai cieli per insegnare come vivere agli abitanti della terra. Aveva cercato in tutti i quattro angoli del mondo, ma non aveva trovato nessuno a cui insegnare. Era quasi pronto ad abbandonare la sua missione, tuttavia, aveva mangiato tanto di quel riso selvatico di valle che non riusciva ad arrampicarsi di nuovo in alto, per raggiungere il regno celeste.
Alla fine il giovane arriv nel luogo dove vivevano Yatam e Yatai con la figlia. Incantato dalla bellezza di lei, il viandante chiese di sposarla. Yatam e Yatai acconsentirono ma domandarono al pretendente una prova del suo valore e cio di liberare gli esseri imprigionati nelle zucche. Lui preg il Creatore di inviargli uno strumento magico che gli desse la possibilit di riuscire in quel compito. Il Creatore gli porse una spada sacra con l'impugnatura di seta. Il pretendente saggi prima l'arma, la sollev sulla zucca che conteneva gli animali e, dopo aver lanciato un grido per avvisarli, cal un fendente potentissimo. Il granchio, che non aveva sentito il suo grido, venne spaccato in due ed  per questo che i granchi hanno solo mezzo corpo. Gli altri animali uscirono illesi, volando, camminando o nuotando. Quindi egli colp la seconda zucca e ne usc una famiglia di sessanta specie umane: quelle che vivono e popolano la terra dando al mondo la sua ricca diversit. 
 

Caduta dal Cielo.
Per quanto diverse le lingue che si parlano, per quanto lontani i luoghi dei quali si narra, molte storie che raccontano le origini del mondo si riecheggiano a vicenda.  come se lo stesso seme fosse germogliato dappertutto in forme diverse che riflettono i diversi climi che le hanno nutrite.
Figure simili appaiono in molte storie: la Madre delle Acque dei Finlandesi, i divini fratelli dalla coda di drago della tradizione cinese, il genero che porta la spada della storia di Yatam e Yatai; esseri miracolosi, che sono stati, pi che i creatori del mondo, le sue levatrici e che, si dice, siano tutti discesi dai cieli. In un luogo lontano dagli oceani che si trovano sulle mappe, gli storici irochesi, per, identificano la matrice della creazione in una donna che cadde, o che fu misteriosamente spinta, da un regno che si trovava nei cieli.
Al contrario degli altri esseri protagonisti delle tradizioni sulla creazione, lei non proveniva da qualche paradiso nebuloso fuori dal mondo. Era nata in una terra familiare agli irochesi quasi come quella in cui vivevano, sebbene si trovasse in un posto situato molto pi in alto di loro. Era un luogo i cui abitanti vivevano pi o meno come gli irochesi: cacciavano, indossavano pelli per riscaldarsi, si affidavano ai capi trib e ai guaritori perch li guidassero. Se non fosse stato per una delle loro principesse - Ataentsic, la figlia del Capo del Cielo il loro sarebbe stato per l'unico mondo e il nostro non sarebbe mai esistito.
La storia ebbe inizio nel mondo alto, quando Ataentsic fu colpita da una strana e terribile malattia. I sintomi erano misteriosi. La giovane rest distesa a lungo, incapace di muoversi o di parlare. I suoi occhi erano fermi, il battito del polso era lento e il respiro fievole. Nessuno sapeva quale spirito avesse offeso, o quale maledizione le fosse calata sul capo. Per questo venne lasciata a languire, sola nella sua tenda, isolata dal resto della trib per paura che si diffondesse il contagio.
Lei non diede nessun segno di vita quando il lembo della tenda in pelle di daino si sollev ed entrarono suo padre e il guaritore. La fresca aria di primavera port dentro la tenda il profumo dei fiori e il cinguettio degli uccelli ma Ataentsic ricordava a malapena che cosa significassero. Si sentiva arida e vecchia, privata della possibilit di muoversi e svuotata di ogni energia; per continuava a vivere.
Le persone che si erano riunite intorno al suo giaciglio cominciarono a parlare. La voce del padre risuon profonda e tonante. Alzati, figlia mia, e torna a vivere con noi, egli comand.
C'era stato un tempo in cui lei non avrebbe potuto far a meno di rispondere al minimo sospiro del padre. Ora, anche i suoi ordini pi rabbiosi non significavano
nulla per lei. Il Capo del Cielo si rivolse fieramente al saggio: Perch questa figlia non mi obbedisce?.
Lo sciamano, con la faccia solcata di rughe, tard a parlare. Scosse la bisaccia dei suoi rimedi, sul viso di lei, soffiando. Un poco di polvere finissima cadde sui suoi occhi, ma lei non sbatt le palpebre. Infine, chiudendo gli occhi per neutralizzare il potere dello sguardo vuoto di Ataentsic, lo sciamano entr nel mondo delle visioni.
Il Capo del Cielo aspett umile davanti alla presenza di poteri che erano pi grandi dei suoi. Dopo un po il guaritore emerse dalla trance e rifer il messaggio che in quella condizione gli avevano trasmesso gli spiriti.
Vive, ma  morta. E non possiamo tenere i morti tra noi. Dobbiamo scavare una tomba sotto l'albero sacro al centro del nostro mondo. Dobbiamo seppellirla in profondit, tra le radici del grande albero. Cos sar disse il Capo del Cielo. Anche se provava dolore per la perdita della figlia, o paura del danno che la sepoltura avrebbe procurato alle radici, questo non trapel n dal suo viso n dalla sua voce. Il destino di tutta la trib dipendeva dall'obbedienza incondizionata agli ordini dati dagli spiriti allo sciamano.
La salute delle sue genti, per, dipendeva anche dall'albero. I suoi frutti le nutrivano; la sua ombra le proteggeva; danneggiare l'albero avrebbe potuto distruggere tutto. Nonostante questo, lo sciamano fece in modo che si obbedisse al messaggio degli spiriti e, con molta fatica, le radici dell'albero vennero esposte e fu preparata la tomba. Il popolo della principessa restava in attesa piangendo la sua morte. Dentro la tenda le donne avevano vestito il corpo, che sembrava senza vita, nelle pellicce pi belle. Quindi si caricarono sulle spalle il suo giaciglio e la portarono fuori dalla tenda, nello scintillio del sole. Gli occhi di Ataentsic erano aperti, immobilizzati nella sua trance. La folla in attesa url e si lament cercando di svegliarla dal sonno dei morti, anche se la stava portando al luogo in cui sarebbe stata sepolta. Il silenzio e le ombre avvolgevano Ataentsic mentre veniva sistemata nella tomba, gi, tra le radici dell'albero, e veniva ricoperta di erbe odorose.
Quindi, all'improvviso, accaddero due
eventi straordinari. Il grande albero cominci a morire, emettendo un suono scricchiolante e straziante. Le radici si strinsero e si arricciarono su se stesse come enormi pinze che si attaccavano alla pelle di Ataentsic, mentre la terra sotto di lei tremava. Un attimo dopo, una mano entr nell'antro della tomba e, aprendosi un varco tra le erbe che la ricoprivano, spinse violentemente Ataentsic dentro la terra.
Alcune versioni della favola mettono la mano in relazione a un innamorato respinto da Ataentsic. Altre suggeriscono che uno spirito guardiano, irato per la violazione dell'albero sacro, fosse venuto per punire la principessa. Qualunque fosse per la provenienza, Ataentsic e l'albero che la reggeva tra le radici caddero gi, attraverso una profonda voragine che si era aperta nel pavimento del mondo superiore.
Appena lei pass dall'apertura la sua malattia spar e i suoi sensi tornarono. Le gambe, le braccia e le dita, recuperarono la loro funzione, ma non aveva nessun potere di frenare la caduta. Si allungava follemente, stringendo zolle di terra, sassi, radici e semi. Sent contro di lei i morbidi corpi di animali che si erano rifugiati tra i suoi capelli e nei vestiti. Infine, non ci fu pi nulla da stringere, solo l'aria.
Inizi cos il suo lungo e sconosciuto viaggio. Ataentsic, attaccata all'albero, cadde attraverso le nuvole, oltre l'arcobaleno, finch apparve un vasto mare sotto di lei. Gli uccelli volavano nel vuoto, unici abitanti di quel mondo sconosciuto. Un grande cigno, spingendo il collo in fuori, la cinse. Una rondine atterr per un istante sull'albero e la guard con occhi immobili.
Ataentsic url mentre il vento fortissimo la strappava alla stretta dell'albero, trascinandolo a frangersi sull'acqua. Ataentsic continu la sua caduta da sola.
Secondo la tradizione degli irochesi gli umani non erano le uniche creature dotate di saggezza. Gli uccelli, in cerchio, le si avvicinarono per formare un circolo di ali che battevano, per poterla prendere mentre cadeva.
In quel momento usc dal mare un'enorme tartaruga, grande come un'isola. Forse era stata semplicemente disturbata mentre dormiva dalla caduta dell'enorme albero, o forse era stata inviata da qualche spirito benigno. Con la generosit di un re sicuro nel suo stesso regno, la tartaruga offr il guscio come punto su cui atterrare. Gli uccelli allora vi fecero planare gentilmente Ataentsic.
Quindi le creature del mondo superiore, che si erano nascoste nei capelli e nei vestiti di Ataentsic ed erano cadute con lei, uscirono dai loro nascondigli. Gli uccelli si allisciarono le penne, strappate e arruffate e le creature acquatiche - la lontra, il topo muschiato e il castoro - si fecero posto sul dorso della tartaruga. Il guscio era per troppo curvo e scivoloso per essere un solido approdo per tutti gli animali che vi erano saliti sopra. Cos, nel linguaggio senza parole degli animali antichi, la tartaruga comand a tutti quelli che sapevano nuotare di tuffarsi e arrivare fino al punto sommerso in cui ora riposava il grande albero del mondo superiore. Li invit a portare alla superficie un po della terra che era ancora appiccicata alle sue radici. La lontra fu la prima a provare, ma il mare era cos profondo e tanto vasto che non si riusciva a vedere nulla, tanto che torn a galla, morente per lo sfinimento: non era
riuscita a raggiungere il fondale. Il castoro prov per secondo ma anch'egli fall e mor accanto alla lontra. Il topo muschiato si decise a provare ma presto il suo corpo peloso giacque vicino agli altri, nessuno di loro aveva raggiunto l'albero, non c'era terra per coprire il guscio della tartaruga. Ataentsic si tenne stretta ma gli animali accanto a lei si agitavano impazienti.
Quindi, la rana, anche se era pi piccola degli altri, si tuff in mare. Spar negli abissi e Ataentsic aspett, tremando nell'alba fredda e grigia. Quando infine la superficie delle acque si mosse, apparve la rana, viva a malapena. Ma quando esal l'ultimo respiro tutte le creature sulla schiena della tartaruga videro che attaccato alla bocca aveva un pezzetto di terra proveniente dalle radici del grande albero.
La rondine vol gi e prese delicatamente la terra dalla bocca della rana morta, appoggiandola sul guscio della tartaruga. Ataentsic si alz in piedi e cammin in cerchio intorno al pezzetto di terra, raccogliendo tutte le forze magiche del mondo superiore che riusciva a prendere e infondendole poi nei suoi passi. Mentre lei camminava, la zolla di terra si espanse in tutte le direzioni finch l'intero guscio della tartaruga venne coperto: si form cos la superficie della terra.
La grande tartaruga chiuse gli occhi per riposare e galleggiare in eterno, ritornando al sonno del letargo perpetuo. Presto la terra sulla sua schiena inizi a germogliare di piante i cui semi erano caduti gi dal mondo superiore, non furono per gli unici semi a germogliare: c'era anche un seme umano, che cresceva nel ventre di Ataentsic.
Ogni trib e ogni cantastorie nel territorio degli irochesi fornisce una versione diversa di come la Donna del Cielo si ritrov ad aspettare un bambino. Alcuni dicono che port il suo fardello gi con s dal cielo. Comunque sia stato, non
c'era un solo bambino dentro di lei, bens due che aspettavano di nascere e fin dal ventre entrambi erano gi impegnati in un conflitto insanabile che sarebbe stata la regola delle loro vite e avrebbe dato forma alla terra.
Si dice che i bambini nati dal popolo del mondo superiore avessero i doni della sensibilit e della parola fin dall'attimo del concepimento. I figli di Ataentsic, profondamente dentro la loro madre, videro flebili tracce di luce del giorno e decisero che era arrivato per loro il momento di porre fine alla gestazione e uscire.
Iniziarono a nuotare verso la fonte della luce, ma capirono molto presto che stavano andando in direzioni diverse. Un fratello disse che vedeva la luce venire da sopra e che voleva nascere dalla bocca o dal naso della madre. Il gemello lo mise in guardia, dicendogli che il canale della nascita stava nella direzione opposta. Nascere in un qualsiasi altro modo avrebbe ucciso la loro madre.
Il cocciuto fratello per non lo ascolt: si forz una via d'uscita da sotto il braccio della madre. La sua nascita innaturale, come aveva predetto il gemello, uccise Ataentsic. Il secondo fratello venne alla luce nel modo appropriato quindi seppell e pianse la madre che non aveva mai conosciuto. Da quel giorno i fratelli si odiarono a vicenda. Anche in questo caso, l'opera e il completamento della creazione furono passati alla seconda generazione. I due figli di Ataentsic, infatti, iniziarono a forgiare la terra.
Odiandosi l'un l'altro, anche se inestricabilmente legati, i fratelli - ai quali i cantastorie danno il nome di Sapling e Flint -ingaggiarono un duello. Sapling incarn le forze della creazione, Flint quelle della distruzione e il loro fiero conflitto diede al mondo la sua forma.
Sapling, per primo, fece ruscelli e fiumi, quindi cre montagne e colline per dare un cammino alle vie d'acqua, in modo tale da render loro possibile scorrere fino al mare. Flint non poteva tollerare tale e tanta efficienza e ordine, cos moviment e scheggi le montagne, devi il corso dei fiumi gettando massi sul loro cammino per creare rapide e cascate. Sapling, quindi, copr le colline di foreste e le pianure con alberi da frutto. Tanta bellezza fece infuriare Flint, cos egli avvizz gli alberi e li ricopr di rovi. Poi si tuff nell'oceano e lo riemp di mostri marini e di tempeste.
Sapling replic creando aquile e animali da pascolo che mangiassero l'erba delle pianure. Flint, per braccarli, fece leoni di montagna, volpi, orsi e lupi. Con un ripensamento cre avvoltoi e corvi in modo tale che anche il malvagio potesse volare.
Alcuni cantastorie raccontano che Sapling uccise il suo terribile fratello colpendolo con le corna di un cervo. Altri insistono che Flint fu ferito ma non ucciso, perch il malvagio non muore mai; tutti sono d'accordo, per, nel dire che il loro combattimento fu necessario.
Senza cacciatori e predatori, infatti, gli erbivori avrebbero reso la terra desertica e infine sarebbero morti di fame. Senza le piante velenose non sarebbero neppure esistite pozioni curative e antidoti. E senza i mostri marini, le tempeste, i pericolosi viaggi sui fiumi non esisterebbero avventure, nessun bisogno di superare gli ostacoli e, peggio di tutto, non ci sarebbe mai stato lavoro per i cantastorie.


Quando la Terra trema.
Ogni volta che la terra si scuote e trema ci ricorda la sua posizione precaria, dal momento che le antiche leggende hanno ben chiaro che il mondo non poggia su fondamenta completamente immobili.
Alcuni cantastorie africani raccontano che tutta la vita germogli dalla testa di un gigante. Gli alberi, i fiori e le erbe crescevano come capelli e le persone e gli animali erano i parassiti che infettavano il suo capo. I terremoti si verificavano ogni volta che il gigante starnutiva o si stirava oppure girava la testa di scatto, troppo velocemente. In altre regioni si credeva che un gigante dal temperamento perfido portasse la terra sulla schiena e che qualche volta si mettesse a combattere con i suoi fratelli -altrettanto enormi - i quali, forse, portavano a loro volta altrettanti pianeti sulla schiena. Comunque, qualche vecchio saggio insiste nel dire che il gigante aveva un temperamento di natura molto passionale e che quando lui e la moglie si abbracciavano lo facevano con tanto slancio che la terra intera scricchiolava per via del loro affettuoso gesto.


Il prurito della Scrofa.
Situati in una zona molto vulnerabile della precaria crosta terrestre, gli isolani dei mari del sud si rivolgevano ai cantastorie perch li rassicurassero quando le montagne si spaccavano e la terra tremava sotto di loro. Nelle Celebes credevano che i terremoti si verificassero perch il mondo poggiava sulla schiena setolosa di un'enorme scrofa. Quando il prurito scendeva lungo la sua spina dorsale, la scrofa si grattava la schiena sul tronco duro di una palma. Il mondo allora si scuoteva e rotolava. Ogni rumore sotterraneo che accompagnava il tremore era il suono emesso dalla scrofa che grugniva di soddisfazione perch era riuscita finalmente a grattarsi.


La Rana Senza pace.
In Mongolia, i vecchi saggi avevano la loro spiegazione per i tremori che turbavano le grandi distese della loro terra madre e scuotevano le fattezze delle loro kibitka, le tende coniche di feltro in cui vivevano. Descrivevano una rana gigante che teneva il mondo in equilibrio sulla schiena. Ogni tanto le correva un brivido sotto la pelle liscia e verde e i muscoli, desiderosi di un salto, schioccavano e tremavano. Allora scivolando da una parte all'altra del suo dorso viscido, la terra tremava.
Tutti i mortali speravano che la creatura controllasse i suoi impulsi e non le venisse mai in mente di tuffarsi nelle acque di un torrente-perch il risultato sarebbe stato catastrofico.


Le Caverne Infuocate di Dei e Mostri.
In qualsiasi luogo in cui le cime delle montagne sputavano fuoco si raccontavano storie sulla terribile e imprevedibile violenza dei vulcani. I Greci, che avevano una lunga memoria, sapevano quanto potessero essere distruttivi. Lontano, nelle nebbie di un tempo remoto, l'intera civilt di tutta un'isola, Atlantide, era sparita in una sola notte nell'esplosione di un cataclisma e vicino, su isole o coste lungo tutto il Mediterraneo, c'erano altre montagne che di tanto in tanto soffiavano fumo e lampi e sputavano rocce fuse. Chi era a conoscenza di quali mostruosit si nascondessero l dentro, intrappolate dal peso della roccia, che combattevano per rompere i loro legami?
Fortunatamente non tutti i vulcani erano abitati da spiriti violenti e vendicativi. Lo stesso Vulcano, una collina di cenere e pietrisco che si trova su un'isola a nord della Sicilia, era la casa di Vulcano, il dio romano del fuoco, fabbro degli dei. Qui il dio barbuto con il suo martello, le molle e il mantice, forgi l'armatura di Ercole, lo scudo di Ulisse e le frecce di Apollo e Artemide. Secondo i Romani Vulcano era una divinit benevola ma incapace di controllare il fuoco che usava. Spesso egli permetteva alla sua fornace di vomitare rocce fuse, e i siciliani impararono a familiarizzare con i profondi e distanti gorgoglii mentre il dio si dedicava al suo antico mestiere.
Molti vulcani, comunque, ospitavano abitanti pi pericolosi. I siciliani conoscevano davvero bene il potere distruttivo del monte Etna. Essi incolpavano un mostro terribile di quella violenza, che si chiamava Tifone, i cui arti erano serpenti, le cui centinaia di teste erano quelle dei draghi, le cui ali oscuravano il sole e i cui figli erano i venti. Il suo nome gli  sopravvissuto nel pi grande vento di tutti.
nessuno sa per certo come nacque questa creatura. Alcuni dicono che fosse figlio di Gea, la dea della terra, dalla quale fu procreata una stirpe di mostri, i Titani. Altri sostengono che esistevano due creature cos, padre e figlio.
In ogni caso i poteri di Tifone erano cos impressionanti che decise di misurarsi con l'ordine divino prestabilito, opponendosi allo stesso Zeus. Mentre gli dei minori dei Greci si facevano piccini e si allontanavano dalla loro portata, i due giganti iniziarono a combattere. Zeus attacc per primo, brandendo una falce durissima e affilatissima. Tifone gliela strapp dalle mani e riusc a tagliare i tendini dei polsi e delle caviglie di Zeus. Poi prese Zeus, ferito, e lo chiuse in una grotta con i suoi tendini avvolti nella pelle di un orso e posti appositamente vicino, in modo allettante rispetto al punto in cui giaceva il prigioniero, guardati a vista da un drago spaventoso.
In quella situazione lo trov il figlio Hermes, aiutante sempre benvenuto e portatore di buona fortuna. Questi, giovane, atletico e forte, sconfisse il drago e restitu i tendini a suo padre in modo tale da ridargli la compiutezza.
Zeus, infiammato dal desiderio di vendetta, raggiunse Tifone in Sicilia, lo cattur, lo leg e lo seppell nel mondo sotterraneo, sotto il monte Etna.
Da allora Tifone cerc continuamente di fuggire, fremendo di odio e bussando ai cancelli dell'Ade. Occasionalmente sputava fuoco e pietre sulle vigne e i campi attorno alla montagna.

 
La follia di fetonte.

Il percorso giornaliero del sole nel cielo non rappresentava un mistero per gli abitanti delle terre temperate nel golfo dell'Egeo. Essi credevano che ogni mattina un dio radioso montasse fiero un destriero e guidasse una squadra divina di cavalli frementi, attraverso l'arco del cielo, da est a ovest.
Al contrario degli abitanti delle terre freddissime del nord, queste popolazioni non avevano nessuna paura che il re del sole potesse mai deluderli, o morire in combattimento contro i poteri del freddo e del buio. L'apparizione e il passaggio del suo carro dorato erano prevedibili come i passi di una danza rituale eseguita scrupolosamente.
Venne per un tempo in cui gli abitanti delle terre calde furono scossi nella loro convinzione. Il dio del sole, che essi chiamavano Elio, fu costretto a cambiare le sue sacre abitudini. Lo fece solo una volta e non per scelta sua. Quando abbandon le redini del carro del sole a un altro guidatore, le conseguenze furono catastrofiche. Il feroce cataclisma che segu  rimasto scolpito nella memoria di molti abitanti nelle nazioni del mondo.
Un poeta dell'antichit racconta che la terribile catena di eventi ebbe inizio quando un giovane straniero si present di fronte all'entrata del palazzo del sole, sulla vetta della montagna. Egli si ferm per un momento, ansimando dopo la scalata, per contemplare l'enorme edificio che si ergeva dinanzi a lui. Lungo i suoi nobili portici, colonne d'oro e di bronzo si ergevano per incontrare i frontoni pieni di grazia e dare pendenza ai tetti d'avorio. Egli si avvicin alle alte porte intagliate elaboratamente, buss, quindi spinse per aprire i battenti ed entrare.
La vista che lo accolse era cos fulgida da essere insopportabile. Si scherm gli occhi contro lo scintillio accecante. All'estremit pi lontana della stanza, il dio del Sole sedeva nello splendore su un trono di smeraldo. I suoi servi, gli spiriti che governavano le ore, i giorni, i mesi, gli anni e le generazioni, erano in attesa. I suoi quattro primi ministri, le stagioni, si scambiarono occhiate curiose vedendo il giovane intruso. Il dio del Sole chiese allo straniero il suo nome e cosa facesse l. Il ragazzo esit: qualunque fosse il coraggio che lo aveva portato fin l, in quel momento
lo aveva abbandonato. Quindi raccolse le energie, prese
un profondo respiro e raccont la sua storia.
Il suo nome era Fetonte, Colui che Splende. Non aveva mai conosciuto suo padre, ma la madre diceva che egli era
il figlio del dio del Sole. Lei non aveva fatto segreto del suo
breve legame: giacere con un dio era un segno di onore.
Fetonte, con l'arroganza della giovent, si era vantato
con i compagni di scuola delle sue origini da semidio. Gli altri
lo avevano schernito, tacciandolo di essere un millantatore
senza padre, con in pi una madre bugiarda. Colpito dalle
loro beffe, Fetonte aveva lasciato la regione in cui era nato
e aveva trovato la strada fino al palazzo di Elio per scoprire
da solo la verit che lo riguardava.
Elio gli ordin di avvicinarsi, lo guard da capo a piedi, quindi lo strinse in un abbraccio fiero e paterno. Non potevano esserci dubbi, conferm il dio. Fetonte era davvero suo figlio e, come segno del suo affetto paterno, egli avrebbe concesso al giovane qualsiasi cosa desiderasse. Che nessuno pensasse che gli dei dell'Olimpo dimenticavano i loro bambini. Fetonte sorrise e pens per un momento, quindi ammise che aveva una richiesta da fare. Il dio del Sole giur sul terribile lago che si trova nell'Inferno - la piscina infernale sulla quale tutti gli immortali giuravano - che avrebbe fatto qualsiasi cosa Fetonte gli avesse chiesto. Il ragazzo prese un respiro profondo, quindi parl. Desiderava guidare il carro del Sole attraverso il cielo. Elio impallid. Era l'unico tra tutti gli dei ad avere il potere di controllare lo scintillante veicolo nel suo pericoloso viaggio. Non esisteva nessuna forza al mondo che fosse cos potente o cos pericolosa quanto
il sole. Egli stesso, confess a Fetonte, era timoroso
e impaurito ogni volta che guidava il carro. Elio preg suo figlio di scegliere un altro favore. Il ragazzo non volle sentir ragioni: sapeva che la promessa di un dio non pu essere infranta. Ricord al padre il voto appena compiuto sul terribile lago e gli chiese quali sarebbero state le conseguenze se non avesse prestato fede alla promessa. Il dio del Sole non rispose, ma Fetonte lesse negli occhi di suo padre terrore, ansia e un oscuro presagio. Elio scosse la testa, con vergogna e dispiacere per la sua stessa offerta, sconsiderata e frettolosa. Condusse con riluttanza suo figlio al carro dorato e i quattro cavalli alati che sputavano fuoco scalpitarono impazienti di essere guidati fuori. Preoccupato, il dio pronunci una lunga lista di istruzioni e ammonimenti che avrebbero potuto aiutare suo figlio nel viaggio. Fetonte, per, ascoltava a malapena, impaziente di iniziare la cavalcata.
Elio non pot fare di pi. Pos la sua stessa corona di raggi dorati sulla testa di Fetonte e pass sulla faccia e sulle braccia del ragazzo un unguento fabbricato con erbe sacre e acqua raccolta dalle sorgenti del venerato monte Elicona.
Mentre spiegava al figlio che l'unguento lo avrebbe protetto dal calore, Elio pregava in silenzio gli dei pi potenti di lui, chiedendo che proteggessero il ragazzo - e il mondo -dalle conseguenze di quella follia.
Era arrivata l'ora dell'alba. L'ordine cosmico non poteva essere stravolto per nessun motivo. Elio stesso, con tutti i suoi doni divini, non poteva fare nulla per alterarlo. Era tempo per il sole di uscire. I cancelli ingioiellati della scuderia solare si aprirono e i cavalli sfrecciarono fuori.
Fetonte si aggrapp alle redini per salvare la sua vita e cerc di ricordare il consiglio di Elio: doveva tenere il carro a met strada tra la terra e il cielo, non doveva volare troppo alto o avrebbe bruciato il cielo, ma non doveva neppure abbassarsi troppo perch sarebbe stata la terra ad andare in fiamme. Fiero e diritto sul carro dalle ruote argentate, Fetonte guidava i cavalli verso l'esterno.
La quadriga, per, diffidente nel sentire il tocco di una mano diversa, correva a una velocit mai raggiunta, senza che ci fosse l'olimpica stazza di Elio per tenere a freno il carro. Fetonte combatt per controllarli, ma i cavalli abbandonarono il cammino ben tracciato dirigendosi di gran carriera verso il polo ghiacciato. Il vapore riemp il cielo superiore mentre i raggi del sole raggiungevano le pi fredde vette della sfera celeste.
Allora il grande serpente che dormiva raggomitolato intorno al polo venne svegliato dal suo letargo perenne da quel caldo improvviso e sibil adirato.
Tremante e sudato, Fetonte si aggrapp alle redini ingioiellate. La corona dorata del padre gli scivol via, rimbalz fuori dal carro e cadde gi, sulla terra, a colpire qualche animale innocente o un mortale. La terra blu e verde che si vedeva appena, presto venne tutta oscurata da nubi minacciose. Fetonte guard in alto e con orrore si stup nello scoprire che tutti i mostri stellari dello Zodiaco, enormi contro l'oscurit del cielo, si erano impennati contro di lui.
La capra, il Capricorno, puntava verso di lui i rostri curvi
e minacciosi, il Cancro, il granchio, faceva schioccare le chele; i Gemelli, i gemelli dei cieli, correvano in direzioni opposte; il Leone apriva le fauci in un ruggito che era ancora pi terribile in quanto silenzioso; l'arciere, il Sagittario, alzava l'arco e prendeva la mira sull'intruso. Quindi Fetonte si trov nella mira delle chele minacciose dello Scorpione. La creatura agitava nervosamente la coda, espellendo grosse gocce di veleno. Fetonte, preso dal panico, lasci cadere le redini. Giacevano molli, imbevute di sudore, sulla schiena dei cavalli.
Ormai senza controllo, la quadriga alata che sputava fuoco correva all'impazzata. I cavalli trainavano il carro del sole dietro di loro come se fosse solo il vagoncino giocattolo di un bambino, sbattendolo contro la cupola celeste, bruciando i pianeti e scottando il cielo. Sulla terra la gente tremava. Il sole era cos lontano alla vista da sembrare niente pi di una punta di spillo nel cielo.
Sui laghi e sui fiumi si form una crosta di ghiaccio, anche nei paesi pi caldi. Quindi i corsieri girarono dalle cime del cielo e iniziarono a cadere a piombo. Mentre la fonte del calore si avvicinava era come se le stagioni, con i loro cambiamenti di tempo, si avvicendassero alla velocit delle ruote impazzite del carro. Paralizzato dal terrore, Fetonte si attacc alla sbarra dorata del carro. Lontano, sotto di lui, vide la terra prendere fuoco. Le montagne si incendiarono per prime, le fiamme lambirono la sommit e le cime dell'Olimpo e dell'Athos, le vette ariose delle Alpi e degli Appennini e le montagne stregate della Tessaglia, dove abitavano demoni e mostri.
I fuochi vulcanici nascosti nel ventre del monte Etna eruttarono a incontrare il fuoco nell'aria, per bruciare e fumare da ora per sempre in un cratere solforoso in cima alla montagna. Tutto il legno del mondo si incendi come benzina. Intere citt scomparvero e cos i loro abitanti. I gemiti di strazio arrivarono fino alle orecchie di Fetonte in lingue di fumo. Ora i laghi e i fiumi si agitavano; l'Eufrate, il Tigri, il Meandro, il Tevere, tutti ribollivano e sibilavano come serpenti infuriati. Il Togo, carico d'oro, si trasform in un torrente di lingotti fusi. Nella terra d'Egitto le acque dei sette canali del Nilo bollirono fino a seccarsi, lasciando un'arida, polverosa, inutile landa.
Mentre le terre mischiavano ogni goccia di questa mistura, la superficie della terra si spacc e si divise in crateri ed enormi crepacci, inviando lame di luce nelle fenditure
pi buie del mondo sotterraneo. Sulle sponde del mare viola, i giardini delle ninfe, le loro sacre fonti, i boschi e le fontane furono tutti ridotti in cenere.
Davanti ai suoi occhi Fetonte vide quelle che una volta erano le terre verdi della Libia trasformarsi in un deserto arido per il resto del tempo e, in tutte quelle regioni dove il carro del sole pass pi vicino, le persone che non morirono subito rimasero accecate per sempre dal calore intensissimo. Cos l'intera popolazione dell'Etiopia cambi il suo colore in un lustro, nero e scintillante ebano. Il giovane Fetonte guard impressionato tutto questo senza poter fare nulla mentre i cavalli senza freno lo portavano attraverso l'aria.
Questa non fu l'unica cosa che Fetonte vide. Mentre veniva trainato qua e l dalla quadriga, scorse, ora e nuovamente, la terribile vista degli dei irati e angosciati. Poseidone, il padre dell'oceano, prov per tre volte a sollevare la testa sopra le onde e per tre volte l'aria rovente
lo costrinse ad abbassarsi, piangendo i delfini e le foche
morti che ora galleggiavano privi di vita nell'acqua.
Gea, la dea della terra, gemette e trem. I suoi capelli vennero bruciati, le sue labbra si gonfiarono e si screpolarono, gli occhi erano pieni di cenere. Essa si appell a Zeus, re degli dei, perch la soccorresse, ed Elio, l'involontario autore della catastrofe, se ne stava l, senza potere, strappandosi le vesti nel suo cordoglio e nella profonda mortificazione.
Quando Fetonte vol vicino al dio del Sole gir la testa, non avendo il coraggio di incontrare gli occhi del padre.
Quello che incontr, invece, fu lo sguardo irato di Zeus.
Il divino monarca scuoteva la testa coronata in un gesto
di rimpianto: alz il braccio e, con la mira infallibile, lanci una saetta. Questa saetta di fiamma che correva verso di lui fu l'ultima cosa che Fetonte vide.
Trapassato dal tridente di luce celestiale, il figlio mortale dell'immortale dio del Sole venne scagliato gi dal carro. Cadde infuocato dal cielo: un'evanescente stella cadente.
Alla fine il carro si schiant. I corsieri, spaventati, scivolarono dal giogo scheggiato, ansimando e schiumando, quindi, esausti, si voltarono per ritrovare la strada verso il palazzo del sole. Elio si copr la testa per la vergogna e il mondo rest al buio per lungo tempo.,


Capitolo Due
La Leggenda Celeste. 

La Nascita della Notte.

Dal momento della Creazione il mondo fu una danza di opposti: fuoco e acqua, caldo e freddo, terra e cielo. La pi grande di queste polarit, la madre di tutte le metafore della differenza, era il contrasto tra la notte e il giorno.
Secondo i poeti arabi il giorno era un leone dorato e la notte era un capriolo spaventato che fuggiva dagli artigli del grande felino mentre questi squarciava le nebbie del mattino. Per i nomadi magiari che arrivarono cavalcando attraverso l'Asia, notte e giorno erano creature vincolate come gli schiavi o i cavalli perch il loro destino era di portare il crepuscolo o l'alba a turno. Secondo i naviganti che pescavano con le reti a traino nei paesi norvegesi - i quali misuravano i periodi alternati di luce e di buio in mesi pi che in ore - la notte era una dea che aveva dato i natali al giorno in un lunghissimo e doloroso parto.
Le due cose non erano sempre state entit separate. Alcuni storici di antica memoria parlavano di un'era in cui regnava ininterrottamente la luce. Altri narravano di un tempo in cui tutto era nero. Delle pi profonde foreste del sud, dove i templi e i tesori dei regni perduti giacciono nascosti in caverne segrete o profondamente celati sotto una fitta rete di rampicanti, i cantastorie ricordano i drammi che portarono la luce al mondo notturno, o, viceversa, liberarono la razza umana dallo splendore di una mattina senza fine.
Alcune trib ricordano di un tempo sinistro di buio perenne quando tutte le luci erano gelosamente sorvegliate da una famiglia di uccelli, che doveva essere intimorita, quindi adulata e finalmente raggirata per far s che dividesse la luce con le altre creature. In un altro punto della stessa foresta altre popolazioni ricordano che era la notte, non il giorno, a dover essere richiesta. Giaceva non dentro i nidi degli uccelli ma nelle spire di una misteriosa anaconda gigante, lo stesso Signore della Creazione.
I cantastorie dicono che proprio all'inizio dei tempi, quando il Grande Serpente - l'anaconda - cre la foresta e i fiumi, il buio esisteva solo nei fondali dei laghi pi profondi. Il sole restava sempre fisso nel cielo. Era sempre mezzogiorno e faceva sempre un caldo rovente. Non c'erano animali notturni - il pipistrello, la civetta, il procione, le formiche rosse.
Senza il buio era difficile dormire. Gli uomini e le donne lavoravano incessantemente ai loro compiti quotidiani: intrecciando amache fatte di fibra di palma, grattando radici di manioca, costruendo archi, pescando o cacciando le scimmie urlatrici. Agli albori della terra questo modo di vivere avrebbe potuto essere soddisfacente ma ora le persone iniziavano a essere stanche di questo continuo lavoro.
In quei giorni, gli dei e gli uomini vivevano insieme ma l'esistenza era ugualmente ardua per tutti. Quindi la figlia del Grande Serpente - che, secondo la leggenda, era sposata a un uomo mortale -decise di chiedere a suo padre un aiuto magico che eliminasse la luce del giorno perch il genere umano potesse riposare. La storia non spiega perch la donna non potesse andare lei stessa a far visita al
padre, probabilmente c'era qualche divieto che le impediva di viaggiare. Cos chiese ai tre fratelli del marito di fare il viaggio fino al rifugio della grande anaconda e di sottoporre la sua richiesta alla benevolenza del padre. I fratelli si prepararono a questa missione cos importante. Si dipinsero il corpo con lunghe strisce di tintura nera, indossarono bracciali di cotone decorati con i colori del macaco blu e dorato e fecero fasce per la testa di fibre di palma e piume d'aquila.
Navigarono con la canoa lungo il lago scuro e profondo, dove viveva il Grande Serpente. Videro il sole scintillare sulle sue squame mentre giaceva avvolto alle radici del grande albero. Era un luogo strano e inquietante. Nessun merlo fischiava, nessuna scimmia urlava, non si udiva nessuno dei rumori familiari della foresta. Uno dei fratelli sussurr agli altri che era spaventato da quel silenzio. Poteva solo significare, infatti, che l'anaconda aveva mangiato tutte le cose viventi nel raggio di molte miglia intorno. Tremanti, i fratelli si avvicinarono al Grande Serpente. Il suo corpo, steso come il tronco dell'albero che gli stava dietro, era adagiato intorno alle radici, e in parte stava dentro il lago: non se ne scorgeva la fine. Era del colore del fango essiccato dal sole e i punti pi scuri sul dorso parevano occhi aperti. Le piume d'aquila si rizzarono in testa ai fratelli e i loro corpi erano scossi dal terrore.
Il Signore squamato diede loro il permesso di parlare, quindi ascolt il messaggio della figlia. I tre fratelli spiegarono che lei chiedeva un po di buio per dare respiro agli abitanti del mondo.
Il Signore della Creazione si mosse, finch emerse la testa dalle spesse squame del corpo, per sovrastare i fratelli. Essi si strinsero tra loro, terrorizzati: era abbastanza grande da ingoiare facilmente un uomo adulto, esattamente come un uomo potrebbe inghiottire un pesce minuscolo.
Quindi il Grande Serpente si sollev al punto che la sua testa tocc il fogliame di una palma-pesco che era parte dell'intreccio della foresta, poi crebbe ancora pi in alto, finch i fratelli non riuscirono pi a vederla, mentre il corpo si confondeva con uno degli alti alberi della foresta. Improvvisamente, con un suono dolce di pelle su pelle, il Grande Serpente riavvolse le spire. Nella bocca stringeva una noce, arancione e scintillante - il frutto di una palma-pesco - piena e matura per essere cucinata. Il serpente abbass la testa triangolare e depose gentilmente la noce davanti ai fratelli.
Disse loro che la noce aveva un potere magico e terribile. Nascosta sotto il suo guscio c'era la notte, fonte e sorgente di tutto il buio, l'antidoto al giorno senza fine. Li avvert che solo un essere divino avrebbe potuto controllarne la forza qualora fosse stata scatenata.
I fratelli furono istruiti perch portassero la noce con molta attenzione fino alla figlia del serpente. Non era importante quel che sarebbe successo: non dovevano aprirla. Se lo avessero fatto ne sarebbe seguito un disastro, ed essi stessi sarebbero stati puniti severamente.
Con parole cortesi e gesti altrettanto rispettosi essi si congedarono dal dio rettile. Spinsero la canoa in acqua poi navigarono nuovamente sul fiume, felici di aver salva la vita. Mentre viaggiavano, per, iniziarono a sentire rumori provenire dall'interno della noce - grida, mugugnii, ronzii, strida e sfregamenti.
I fratelli erano perplessi. Le noci, secondo la loro esperienza, non producevano simili rumori. Cominciarono a chiedersi se qualcosa fosse sbagliato nel misterioso contenuto della noce. Se avessero portato un bene danneggiato alla cognata, lei li avrebbe ritenuti interamente responsabili. Iniziarono a pensare alla sua terribile furia se il prezioso carico fosse risultato guastato in qualsiasi modo. Cos, dimenticando - o forse semplicemente ignorando - l'ammonimento del Grande Serpente, essi decisero di aprire la noce ed esaminarla.
Spinsero la canoa su un banco di sabbia e la legarono. Poi fecero un fuoco sbattendo tra loro dei sassi ottenendo cos una scintilla, quindi vi gettarono sopra erba secca. Scaldarono l'acqua in una ciotola di terracotta e vi fecero bollire la noce perch si ammorbidisse. Infine spaccarono la noce in due.
Immediatamente, come il rumore della pioggia che batte sulle foglie della foresta, la notte fugg dalla noce. Insieme a lei uscirono tutti gli insetti notturni: le zanzare iniziarono a volare intorno alla testa dei fratelli, le termiti si insediarono immediatamente dentro i ceppi spaccati degli alberi, le formiche ricoprirono il sottobosco della foresta. Il giorno venne nascosto da uno sciame di insetti ronzanti e l'intera foresta venne oscurata.
Gli insetti cominciarono a muoversi attraverso la foresta, mordendo tutti gli uomini che vi si trovavano. E in virt del potere magico che si sprigionava dalla noce, queste vittime innocenti divennero gli animali che da quel momento in avanti, e per sempre, abitarono nell'oscurit.
Alcuni si trasformarono in scimmie notturne, altri divennero civette, il resto si mut in pipistrelli, che si muovevano attraverso le nubi con le loro ali scure. Quando i fratelli raggiunsero la casa, la donna li stava gi aspettando, con gli occhi scintillanti che risaltavano nell'oscurit che aveva avvolto tutto. Le notizie del disastro avevano viaggiato pi veloci di loro. A causa della loro azione la notte aveva preso il sopravvento: i portatori dell'oscurit dovevano essere puniti.
cos la figlia del Grande Serpente us il suo potere divino per trasformare i suoi tre cognati in altrettante scimmie notturne.
Furono condannati ad abitare per sempre nella foresta, lontani dai fal degli uomini e prede di tutte le formiche e degli insetti parassiti che popolano la notte. Poich avevano disubbidito cos stupidamente agli ordini della grande anaconda da quel momento in poi sarebbero stati condannati a saltare da un ramo all'altro della foresta, chiacchierando fra loro futilmente.
Poi, usando i poteri magici noti a lei sola, la figlia del Grande Serpente impose l'ordine al buio incontrollato che stava danneggiando tutto il mondo. Cre l'uccello cubuju, dipingendo la testa di bianco e le ali di rosso e gli ordin di cantare ogni sera per far calare la notte. Quindi cre l'uccello inambu e gli spolver le ali di grigio con la cenere e gli diede il compito di introdurre la mattina, richiamando il giorno. E da quel momento in poi ci fu un tempo illuminato dalla luce, perch la razza umana lavorasse e un tempo oscurato dal buio per riposarsi, amare e tramandare storie.


Gemelli Luminosi

Secondo i primi interpreti dei misteri della natura il sole e la luna erano parenti. Alcuni pensavano che fossero marito e moglie, mentre altre volte si diceva che fossero fratello e sorella.
Erano venerati come dei in molte nazioni, membri di una famiglia sacra che da sempre abitava nei cieli, ma altri si ricordavano di loro come due bambini umani che si rifugiarono negli empirei per scappare da un terribile destino terrestre.
Non ci si deve sorprendere nel trovare bambini in situazioni cos strane al punto che il cielo costituisse il loro unico rifugio. Le antiche leggende sono piene di bambini, ragazzi in pericolo mortale. Fratelli, di solito orfani e senza amici, minacciati da streghe, cacciati dai lupi, perseguitati dagli assassini nelle loro stesse case, tormentati da parenti acquisiti e sadici, semplicemente abbandonati perch vagassero e morissero di fame nella foresta. I loro tormenti erano causa di molti incubi. La loro eventuale salvezza - tramite le loro stesse agili capacit, attraverso l'intervento di forze sovrannaturali benevole - esorcizzava i demoni del buio.
Una leggenda coreana racconta di due orfani in pericolo. Vivevano in un'epoca in cui i cieli erano vuoti e la luce del sole proveniva a tratti, debolmente, da una fonte sconosciuta. Era un tempo deprimente e sterile, privo del calore d'estate che benedice i raccolti e certamente senza nessun avvicendarsi di stagioni. In quei giorni il mondo era coperto di foreste, dove regnavano il buio e le sue creature. La gente viveva in piccoli insediamenti e combatteva continuamente con i rampicanti parassiti e il sottobosco. Mangiavano poco e dormivano ancor meno.
sempre in guardia contro le bestie che li braccavano durante la notte. I pi feroci tra questi predatori erano le tigri. Si sapeva che mangiavano carne umana strappandola con le zanne, che infliggevano sfregi sanguinanti con le unghie, affilate come rasoi, e che sfiguravano le persone a tal punto che le loro stesse famiglie non riuscivano pi a riconoscerle. La cosa peggiore di tutte che le tigri possedevano, per, era l'abilit della parola. La loro capacit di usare il linguaggio non le rendeva meno crudeli, anzi, aggiungeva un'arma potentissima e molto sinistra all'arsenale che gi avevano a disposizione. Erano in grado di conversare con le loro vittime, usando il potere di far balenare una speranza di salvezza prima di calare il colpo, crudele e definitivo, delle loro unghie. Il dono del linguaggio in una bestia carnivora apriva la strada a un enorme e terribile abuso. E le tigri uccidevano non solo per nutrirsi, ma anche per divertimento.
Nel villaggio dove si svolge questa storia coreana, gli abitanti vivevano in uno stato di terrore continuo e ottenebrante. Le tigri li terrorizzavano anche quando erano tutti insieme dentro le loro case. Nessun tetto, o parete di bamb intrecciato era forte a sufficienza per respingere i giganteschi gatti. I loro occhi gialli scintillavano tra gli alberi e mentre si avvicinavano agli insediamenti i loro ruggiti riempivano l'aria.
Il fratello e la sorella che sono gli eroi di questa storia vivevano in una capanna in mezzo alla foresta. Il loro padre era stato ucciso da una tigre e, da allora, la madre era ossessionata dalla paura di
queste creature. Ne parlava in continuazione e con grande terrore.
Insegn ai figli tutto ci che la sua gente aveva imparato sui suoi pi temuti nemici: i loro umori, i loro nascondigli, le stagioni dell'accoppiamento e della caccia. Spieg che ogni tigre aveva un nome - Furia, Vecchia Cicatrice, Codarda - che derivava dal suo carattere, dalla taglia e dall'et. La pi feroce e la pi forte di tutte le tigri, quella temuta per i suoi enormi poteri, conosciuta in tutti i villaggi, si chiamava Kal Pem, ovvero Cuore Feroce. Ed era una di queste Kal Pem che aveva ucciso il loro padre. La madre era terrorizzata perch temeva di fare la stessa Fine. La paura era cos contagiosa che i bambini si nascondevano nella capanna, sussultavano a ogni rumore improvviso e a ogni sospetto di presenze forestiere.
Ogni giorno la paura della madre per il pericolo che attendeva fuori dalla porta combatteva con la fame dei suoi bambini e ogni giorno la fame vinceva, cos la donna usciva nella foresta insidiosa per incamminarsi verso il lavoro nei campi o sulla via di un vicino facoltoso. Mentre si faceva strada attraverso la foresta, la donna immaginava di sentire il respiro rancido della tigre in ogni odore penetrante delle piante. Ogni cespuglio, ogni tralcio di rampicante, le sembrava potesse nascondere il manto della tigre, bagnato e macchiato dal sangue della sua preda.
Un giorno camminava velocemente, di ritorno dal mercato, portando un vassoio di budini di grano per la cena della sua famiglia. Improvvisamente comparve tra i
cespugli una striscia arancione e la vedova si trov di fronte a una tigre grossa e crudele. Kal Pem le rugg in faccia con un ghigno minaccioso. Adesso che la vedova si trovava davanti la bestia dei suoi incubi, la paura che aveva dominato la sua vita parve lasciarla. Rimase diritta, prese un profondo respiro e chiese a Kal Pem cosa volesse.
La tigre le sfior la faccia con un'unghiata poi replic che era molto affamata. Velocemente la vedova prese il pi grande dei budini che aveva con s e lo tir alla tigre, quindi scapp di corsa nella foresta. Mentre correva inciamp nelle radici rampicanti; il suo cuore batteva cos forte che poteva essere sentito da tutti gli abitanti del villaggio vicino.
Non ci volle molto perch la tigre la raggiungesse, chiedendo ancora cibo. La vedova, esausta, le diede il resto dei budini e corse pi veloce che poteva, ma la bestia fu sempre dietro di lei, in un istante. Questa volta Kal Pem chiese una delle sue braccia minacciando di ucciderla se gliel'avesse negata. I cantastorie raccontano che la donna si strapp via il braccio senza un lamento, e che la bestia malvagia lo mangi mentre lei compiva l'ultimo, inutile sforzo per scappare, lasciando dietro di s una lunga scia di sangue. Pi crudele che affamata la tigre continuava a seguirla e domand uno alla volta l'altro braccio ed entrambe le gambe. Infine, quando Kal Pem si fu stancata della caccia raggiunse la sua vittima e divor quel che restava del corpo. Poi prese il fazzoletto macchiato di sangue dalla testa della donna e se lo mise sul muso, come souvenir della caccia. La sua sete di sangue dopo il pasto appena fatto, pi che saziarsi si era irrobustita; quindi attraversando la foresta, la bestia si diresse velocemente verso il villaggio.
La prima casa che incontr era la capanna della povera vedova. La tigre cominci a girarvi accanto, annusando attentamente intorno alla casa, mettendo il naso sotto la porta e cercando di odorare attraverso le finestre coperte di carta oleata. Le sue orecchie esperte percepirono passi furtivi e si accorse che c'erano due bambini all'interno. La tigre poteva fiutare la paura delle sue vittime, intrappolate dentro la loro stessa dimora. Inizi a leccarsi i baffi. Non c'era nessuna prelibatezza sulla faccia della terra che potesse essere pi piacevole della tenera carne di giovani esseri umani.
La bestia era abbastanza affamata da voler mangiare di nuovo, ma al tempo stesso abbastanza sazia da provare divertimento al pensiero di giocare con le sue vittime indifese prima di ucciderle. Kal Pem chiam i bambini con un'imitazione rauca della voce materna, chiedendo loro di aprire la porta e farla entrare.
La bambina non era convinta dall'accento che sentiva al di l della porta. La voce della tigre si fece allora pi impaziente e querula e insist a voler entrare. Il bambino domand a voce alta il motivo per cui la madre pareva avere una voce diversa. La finta madre spieg con il suo tono contraffatto che era stata fuori tutto il giorno, e che aveva urlato per allontanare gli insetti dal raccolto.
Il bambino, soddisfatto della risposta, voleva aprire la porta, ma la sorella rifiut, finch non avesse avuto la prova che la voce era proprio quella della madre. Quindi apr la finestra, giusto uno spiraglio, e chiese di vedere la mano della madre. Kal Pem stava cominciando a stufarsi del gioco, ma ritrasse le unghie e offr la zampa.
Quando la ragazza mise fuori la mano e tocc la zampa dura e pelosa, si ritrasse. Allora ud la voce di sua madre protestare che tutte quelle ore di lavoro, nel lavare e nell'asciugare i panni avevano fatto indurire la pelle delle sue braccia.
I bambini si accostarono alla porta e nell'oscurit riuscirono a vedere le strisce del manto della tigre. Il gioco era finito. Entrambi corsero fuori dalla finestra che era nel retro della capanna. Poi si arrampicarono in silenzio su di un alto albero che sovrastava la casa, sperando di salvarsi. La tigre per cap ben presto che i bambini non erano pi nella capanna. Inizi a girare intorno alla costruzione e si accorse che c'era una finestra aperta sul retro. Dietro la casa c'era il pozzo dal quale la famiglia attingeva l'acqua. La tigre scrut dentro e vide, specchiate, le facce terrorizzate dei bambini che galleggiavano sulla superficie dell'acqua. Con un ruggito di fame e di trionfo Kal Pem si lanci nell'acqua e addent le immagini facendo un secco schiocco con le fauci. I volti ondeggiarono e sparirono, rendendo la tigre ancora pi arrabbiata.
Quindi sent un rumore: alz gli occhi e vide i due bambini nascosti tra i rami sopra la sua testa. In un sol balzo fu sotto l'albero e con un altro cominci a salire addentando il buio con le fauci.
Il terrore che i bambini avevano provato dentro la capanna non era nulla a paragone di quello che provavano adesso, mentre sentivano il peso della tigre scuotere l'enorme albero. Poi videro il fazzoletto della madre in testa alla tigre, spiegazzato e sporco di sangue e capirono in un solo istante quel che era successo. Iniziarono allora a implorare gli dei, a pregarli che avessero piet di loro che adesso erano orfani, e che li salvassero dalle fauci della tigre. I cantastorie raccontano che le preghiere dei bambini furono immediatamente esaudite. Gli dei gettarono una corda e i due bambini si arrampicarono velocemente verso il cielo. La tigre era sempre dietro di loro. Agile, come tutti i felini, salt dall'albero alla fune e inizi ad arrampicarsi. Il suo corpo, per, era troppo pesante a causa della carne non ancora digerita della sua ultima vittima. Le fibre della corda iniziarono a sfilacciarsi fino a rompersi sotto il tremendo peso, mandandola a schiantarsi e morire. Fu cos che la madre, anche se scomparsa ebbe la sua vendetta.
In seguito, gli dei con la loro saggezza decisero che era venuto il tempo di porre fine al regno del buio e alla tirannia delle tigri. Dotarono i bambini di un fulgore sovrannaturale e ordinarono loro di brillare in eterno nei cieli. La bambina divenne il sole, bruciando cos intensamente che nessuno avrebbe potuto guardarla direttamente in faccia. Il bambino regn come luna, spargendo la sua luce nello spazio nero e vuoto, per illuminare la notte. Da quel giorno in poi tutti gli incubi finirono con l'alba.
Le creature del buio persero met del loro regno e le tigri non riacquistarono mai pi il potere della parola.


I Mangiatori di Luce.
Ogni volta che il sole si nascondeva dietro un velo o la luna svaniva improvvisamente dal cielo senza nubi, gli abitanti dei mondi antichi tremavano. Sapevano che le eclissi erano causate da mostri affamati che cacciavano in eterno i corpi celesti: un lupo ululante proveniente dalle foreste di abeti scandinave, un sinuoso drago cinese, un pesce gigante proveniente dal bestiario magico degli ebrei.

Talvolta, quando una di queste creature si affacciava e riusciva a mordere il cielo, diventava buio. Subito, tutti capivano cos'era successo e iniziavano a strillare, a strepitare, a pregare, a battere tamburi o accendere fuochi d'artificio: tutte cose che avrebbe potuto spaventare il predatore e cacciarlo. Grazie ai validi sforzi di ognuno, il sole o la luna riapparivano presto, integri, nel cielo.

La Luna frazionata.


Fin dalle origini, i cambiamenti della luna incuriosivano le persone qualunque e facevano correre la fantasia dei saggi. Il suo cammino errante nel cielo notturno, il tempo in cui sorgeva e tramontava e soprattutto i suoi cambiamenti di forma, quando cresceva e assottigliava - ingrandendosi Fino a raggiungere uno splendore gravido e rimpicciolendosi una volta ancora per tornare a un umile spicchio - tutto questo richiedeva una spiegazione che potesse avere un senso per le misteriose leggi dei cieli. La luna era un oggetto o uno spirito, maschio o femmina, umano o animale, benevolo o maligno? Cosa provocava le sue alternanze cicliche?
Alcune risposte arrivarono, per esempio dalla Germania medievale, un mondo di foreste che si stendevano ovunque, intervallate da cittadine governate da persone con la testa dura e il carattere forte, legate in una fitta rete di rivalit locali.
Apparentemente, per gli abitanti dei borghi terrestri, la luna era un oggetto di civica utilit. Il suo valore sociale e commerciale era espresso dalla quantit di luce notturna che forniva. Dunque, le storie che si raccontavano spiegavano i cambiamenti della luna come se essa fosse qualcosa di non molto diverso da un sistema di illuminazione municipale in forma celeste. Nonostante, per, questo determinato e materialistico punto di vista, la gente non riusciva ad allontanare dalla mente - o dalle leggende - certe voci di tempi selvaggi e anarchici, che risalivano agli antenati tribali.
Per gli antichi Teutoni, cos come per tutte le razze pagane della vecchia Europa, la luna era fonte di afFinit e forze ataviche, che controllavano la fertilit sia nelle piante che negli uomini, e che potevano condurre alla pazzia alcune anime sfortunate. E anche dopo che i villaggi tribali divennero citt fortificate, dopo che i capi barbari divennero borgomastri e iniziarono a raccogliere le tasse, queste vecchie convinzioni rimasero e si nascosero sotto la superficie di quella che pareva una storia molto semplice. Essa narrava di una luna che non era vista solo come una lampada per gli amanti, ma a cui si attribuiva un potere straordinario, quello di risvegliare i morti. Ecco come nacque la leggenda.
In un luogo non identificato c'era una volta una terra in cui le notti erano sempre nere. In questo paese non esisteva la luna, e le stelle erano sconosciute. Quando, ogni pomeriggio, il sole tramontava, nessun raggio di luce poteva essere visto finch il giorno seguente non fosse arrivata l'alba.
Venne un tempo in cui quattro amici di questa landa desolata decisero di partire per un viaggio e di esplorare il mondo. Durante il loro peregrinare, i giovani scoprirono un regno che gli era del tutto sconosciuto. Il giorno in cui arrivarono, mentre il pomeriggio sfumava e la luce diurna iniziava ad affievolirsi, essi si preoccuparono di trovare un posto al coperto, sotto il cui tetto avrebbero potuto trascorrere la notte al caldo e al sicuro. Diedero per scontato che, una volta svanita la luce del giorno, non avrebbero pi potuto vedere neanche le proprie mani fino al mattino successivo - proprio come nel loro paese.
Quando, per, il sole tramont e il colore del cielo mut da rosa a viola e alla fine divenne nero, essi lentamente si accorsero che, sebbene fosse indubbiamente notte, riuscivano ugualmente a vedersi. Con
grandissimo stupore si resero conto che ogni cosa era visibile in modo pallido, come prosciugata dai colori ma chiaramente evidente davanti ai loro occhi. Era come se l'oscurit densa alla quale erano abituati fosse stata resa trasparente. Incuriositi, cominciarono a discutere sulle cause del fenomeno. Alla fine, mentre cercavano dappertutto per ottenere una spiegazione, si accorsero di un globo, grosso e luminoso, sospeso a una quercia vicina.
Spandeva una luce magica, molto pi forte di qualsiasi lampada che avessero mai visto, illuminando dolcemente le colline e i campi con una luce soffusa che si spingeva oltre quel che gli uomini riuscivano a vedere.
Mentre i viaggiatori restavano meravigliati di fronte al globo, scorsero un cavallo e un carretto che si avvicinavano illuminati dalla luce gentile. Il carretto era guidato da un contadino del posto che canticchiava tra s e s, apparentemente non stupito dal fatto di tornare a casa dopo il buio, cosa che nessuno avrebbe sognato di fare nel loro paese. I giovani fermarono il contadino e gli chiesero che tipo di luce fosse quella che pendeva dall'albero. Con la cortesia innata dei campagnoli, quello nascose il suo stupore per la loro ignoranza. Raccont loro che l'oggetto in questione era la luna, e che il capo di quel paese l'aveva comprata da un commerciante sconosciuto per la somma di tre talleri. Era sempre stato lo stesso capo ad appendere la luna alla quercia ed era responsabile del suo funzionamento.
Ogni giorno la riempiva di olio, la teneva pulita e nettava lo stoppino, perch bruciasse in modo invariabile e con una luce chiara. Per questo servizio la comunit gli pagava con piacere una tassa di un tallero a settimana.
Quando il carro e il suo guidatore ripresero la strada e i viaggiatori furono fuori dalla portata del suo udito, essi cominciarono a confabulare con la pi grande eccitazione sulla loro scoperta. Avevano chiaramente capito quale vantaggio sarebbe derivato anche al loro paese, da una simile lampada. La loro immaginazione si era accesa al pensiero di quanta vita avrebbe potuto esserci se la notte fosse stata accompagnata da questa luce benevola, invece che dal terrore dell'oscurit pi totale. Bisogna poi sottolineare che anche il lato economico della faccenda li attirava non poco. Calcolarono che il capo di quel luogo doppiava regolarmente il suo investimento iniziale ogni tre settimane. I viaggiatori per non mettevano in conto nessuna spesa per la luce. Erano infatti decisi a possederla rubandola.
In un istante il pi agile tra loro si arrampic e arriv in cima ai rami dell'albero, da qui sleg la sfera scintillante e la cal lentamente ai suoi complici, che erano rimasti a terra. Quando la luna giacque ai loro piedi, avvolsero e nascosero la luce colpevole con i loro mantelli neri e pesanti. In tutte le case vicine porte e finestre si aprirono contemporaneamente. I vicini si diedero la voce nel buio sconosciuto e inciamparono nella notte alla ricerca della loro luna. I ladri, invece, cresciuti in notti senza luna, riuscirono a sfuggire ai loro
 inseguitori ciechi e trovarono la strada per il confine delle loro terre prima dell'alba. Portarono il bottino vicino alla quercia pi alta che trovarono nel loro paese e appesero la luna in cima all'albero.
 significativo che il lampione dovesse essere una quercia. Nelle societ antiche quest'albero era considerato sacro e dotato di poteri magici, simbolo della potenza di un dio, se non proprio dio esso stesso. Alcuni dicono che le radici di una quercia arrivano fino al mondo sotterraneo, altri che  l'albero dei morti e dimora degli spiriti che hanno lasciato la terra; altri ancora credono che sulle sue foglie siano scritti i segreti del futuro. Nei boschi di querce solitamente si celebrano sacrifici rituali e anche - cos si mormora - sacrifici umani. Certamente non esiste un altro albero con pi diritto a portare la luna nella notte.
Appena la luna inizi a illuminare il paese, i suoi raggi argentei penetrarono in tutte le case, illuminando camere e cucine con un dolce, gentile scintillio, per la delizia di giovani e anziani.
La luce svegli anche altri esseri: i nani, sbattendo le palpebre, emersero dalle muffite profondit delle caverne sotto le montagne; gli elfi, che profumavano di foglie umide e di funghi, danzarono tutta la notte nei prati, lasciando cerchi di erba appassita che fecero sbalordire gli abitanti la mattina dopo, mentre si recavano al lavoro. Una volta che la luna fu sistemata, i quattro amici negoziarono un contratto con i concittadini sulla stessa linea di quello che aveva funzionato per il precedente possessore della luna. Gli uomini si decisero a dividere la sua manutenzione esattamente nello stesso modo, prendendosi cura della luna e assicurandone il mantenimento con olio e stoppino e ogni settimana si divisero la tassa di un tallero incassato per il loro lavoro.
Il contratto funzion per molti anni e rimase invariato, con la soddisfazione di tutti quelli che coinvolgeva. Coloro che possedevano la luna si arricchirono e spesero liberamente per i piaceri della vita. Mano a mano per che i quattro uomini invecchiarono, divennero bisbetici e scontrosi. Infine uno di essi si ammal e, siccome aveva capito che la morte era vicina, ordin che il suo pezzo di luna - un quarto - venisse sepolto insieme a lui. Quando l'uomo mor, il capo della citt, onorando i suoi ultimi desideri, si arrampic sulla quercia e, con un paio di forbici affilate, tagli via un quarto di luna. Quindi lo avvolse devotamente e lo appoggi nella bara, insieme al corpo. La luce della luna, anche se parzialmente ridotta dalla perdita, continu a illuminare la notte.
L'anno dopo mor il secondo uomo, portandosi via il suo pezzo di luna nello stesso modo del primo e lasciando il globo con solo met della sua potenza originale. Quando mor anche il terzo uomo la luce divenne ancora pi debole, dal momento che anch'egli aveva chiesto che la sua parte fosse tagliata e sepolta con lui nella bara. Infine, con il funerale del quarto e ultimo uomo che aveva portato a casa la luna, la luce che gli uomini avevano imparato ad amare svan completamente dalle loro notti.
In fondo agli inferi per, nel regno dei morti dove erano andati i quattro uomini, i frammenti lunari si erano riuniti, guidati dal loro stesso magico magnetismo. Adesso la luna brillava piena in un luogo in cui aveva sempre regnato il buio pi totale. Mentre la strana luce scintillava intorno a loro, i morti cominciarono ad agitarsi e poi a svegliarsi. Ai loro occhi indeboliti dall'oscurit, la gentile luce della luna sembrava brillante come quella del giorno.
Cos, inaspettatamente, tutti i morti si svegliarono e velocemente riguadagnarono la loro forza e il loro spirito migliore. Si alzarono e subito si fecero strada verso la terra dei viventi. Alcuni che erano morti da poco ricordavano la via per ritrovare le loro case, comunque molto cambiate dagli anni e i loro nipoti, cresciuti fino a diventare vecchi. Altri andarono alla ricerca di vecchie diatribe da riaprire, interrotte dalla morte. La scoperta pi dolorosa, per molti di loro, fu il rendersi conto di come erano stati completamente dimenticati e di come i viventi li temessero e li fuggissero. I membri pi inaciditi e rissosi tra questi morti cominciarono a incontrare nelle taverne i loro compagni pi allegri che brindavano al risveglio, bicchiere dopo bicchiere, con il vino che avevano tanto amato da vivi.
Ben presto quelli che una volta erano morti cominciarono a scatenare risse. I bevitori non sapevano quando fermarsi e il vino dolce, che non assaggiavano pi da tanto tempo, serviva da carburante ai loro temperamenti: un colpetto diventava uno spintone e in breve si veniva alle mani.
Il rumore e il frastuono di queste liti crebbero sempre pi, finch sembr a tutti che fosse arrivata la temuta apocalisse.
Gli dei e gli angeli che governavano l'universo si arrabbiarono. Innanzitutto il risveglio di corpi morti violava le leggi naturali, e il disturbo del mondo inferiore sembrava un segno di seria ribellione. La possibilit che i morti uscissero dalle tombe dove avevano giaciuto per molti secoli era stata prevista nei cieli ed erano state prese precauzioni contro tale eventualit. Erano stati formati eserciti di truppe celesti che aspettavano, pronti per combattere le forze del maligno, se e quando avessero osato sfidare gli immortali. L'invasione non si realizz ma il caos che regnava nel mondo dei mortali sotto di loro prosegu indisturbato. Alla fine, una delegazione di messaggeri provenienti dal Paradiso sal su cavalli alati e cavalc fuori dai cancelli del cielo. Essi mirarono direttamente ai punti roventi, dove i morti stavano creando disturbo. La loro autorit bast per riportare il mondo all'ordine che conosceva e per soggiogare i morti senza legge: impauriti dalla presenza degli immortali, essi vennero persuasi a tornare a giacere nelle loro tombe. Le truppe celesti risalirono nei cieli e portarono con loro la luna, che era stata effettivamente la causa del risveglio dal lungo sonno.
Da quel momento rest appesa l per sempre, a illuminare non un piccolo paese o una singola citt, ma l'intero mondo. In questo modo, a volte un po perturbante, diffonde il suo messaggio di rinascita. A intervalli regolari svanisce un quarto alla volta poi, per, si ricostituiscono tutti per formare una luna piena e rotonda che porta in s un messaggio prezioso: la vita non  una singola linea, corta e diritta, ma un ciclo senza fine. 

Come sono antichi i misteri della luna, altrettanto lo  la dibattuta questione sui suoi abitanti. Dal momento in cui il tempo ebbe inizio, le persone guardano in alto verso il disco bianco e scintillante e vi vedono la figura di qualcuno, o qualcosa. Potrebbe essere una persona, un animale, o entrambe le cose. Ogni terra e ogni et hanno una visione diversa e una storia differente che spiega come l'abitante della luna vi si stanzi. Nei giorni lontani, quando gli svedesi credevano che la luna fosse una persona vivente, raccontavano la storia di un fratello e di una sorella che si chiamavano Hjuki e Jil, che vivevano con i loro genitori in una solitaria fattoria del nord. Ogni sera, i due bambini lasciavano la piccola casa di legno ai piedi della collina e si arrampicavano per un sentiero che conduceva al pozzo, che serviva alla famiglia per l'acqua. Mentre tornavano a casa aiutandosi a portare il secchio, pieno e pesante, Mani - la luna - si abbassava su di loro e ne ammirava la bellezza. Una notte, mentre Hjuki e Jil portavano il secchio pieno d'acqua verso casa, l'onnipotente Mani scese gi e li cattur, trascinandoli in cielo, a vivere per sempre prigionieri sulla luna. Da quel momento in poi, ogni mese, mentre la luna si rimpicciolisce, prima cade Hjuki, immediatamente dopo Bil. La storia si diffuse e la vecchia filastrocca di Jack e Jill ricorda proprio questa vicenda.
In altri luoghi d'Europa gli uomini vedevano solo una figura sulla luna: un vecchio secondo le stesse fonti si trattava di un ladro che aveva rubato le fascine dalla legnaia del suo vicino. Altri, invece, raccontano che si trattava di un povero contadino che viveva presso di loro, onestamente. In entrambe le versioni, i fatti in s restano gli stessi. Un vecchio boscaiolo che viveva in un villaggio della Germania venne visto portare un fascio di legna di domenica. Il lavoro era vietato nel settimo, sacro giorno della settimana, che gli antichi dedicavano agli dei del sole e i loro discendenti riservavano alla devozione cristiana. In quel particolare pomeriggio, mentre i suoi vicini erano intenti nelle preghiere, il vecchio emerse dalla boscaglia portando un fardello di legna da ardere. A un incrocio incontr un forestiero vestito con un bell'abito estivo: Lavori di domenica, vecchio padre? domand lo straniero, scandalizzato per il sacrilegio. Il boscaiolo rise: Domenica, luned, non mi interessa. Io non riposo mai.
E allora, che tu non possa pi riposare... e con un cenno della mano si tramut in un angelo. Che ogni giorno per te sia un luned e, dopo un lieve cenno della testa, scomparve insieme al boscaiolo.
Quando gli abitanti del villaggio finirono di celebrare i loro sacramenti quel pomeriggio, si accorsero che il vecchio mancava. I contadini allora organizzarono una ricerca, si riunirono in squadre ed esplorarono la boscaglia ma non trovarono alcuna traccia di lui. Mentre scendeva l'oscurit e gli uomini tornavano a casa, la luna scintillava nel cielo serale. Gli abitanti del villaggio alzando gli occhi rimasero a bocca aperta per la sorpresa. L, sulla luna, videro il loro vicino, curvo sotto la fascina posta sulle sue spalle per l'eternit.
Mentre nei paesi occidentali la luna era la dimora di forme umane, a est  stata spesso vista come luogo di riposo per un misterioso animale selvaggio.
Molte, molte migliaia di anni fa, Buddha percorreva la terra vestito come un semplice paesano. Durante uno dei suoi viaggi incontr una scimmia, una volpe e una lepre, che vivevano insieme nella radura del bosco.
Ho fame disse Buddha ai tre animali. Volete cercare un po di cibo per un povero vecchio?.
Colpiti dall'evidente bisogno del contadino, gli animali si misero immediatamente all'opera per rimediare qualcosa da mangiare. La scimmia si arrampic in cima agli alberi cogliendo i frutti pi dolci e le noci di cocco pi tenere che poteva trovare. La volpe, con il muso appuntito e l'olfatto fine, inizi a frugare sotto terra e ne estrasse funghi maturi ed erbe odorose.
Portarono il loro raccolto alla radura e misero il generoso pasto davanti al vecchio che, nel frattempo, aveva raccolto un mucchio di erbe e di fuscelli e aveva fatto un fuoco con il quale poter riscaldare se stesso e i suoi amici animali, mentre il buio calava. In quel momento arriv nella radura la lepre, ansimando esausta. Non avendo l'agilit della scimmia o il fiuto della volpe, non era riuscita a trovare cibo da offrire al viandante. Si mise di fronte all'uomo, e disperata per la propria mancanza di ospitalit gli parl cos. Non ho nulla da darle, signore, per calmare la sua fame. Per favore, lasci che le offra la mia umile vita e detto questo si lanci nelle fiamme. In un istante l'uomo si tolse i vestiti stracciati e si rivel, alto e splendido, come Buddha. Mise senza indugio la mano nel fuoco ed estrasse la lepre morente dalle fiamme che guizzavano.
Donare la propria vita per un uomo bisognoso  il pi grande sacrificio che una creatura possa fare disse il Buddha. Per dimostrare la mia gratitudine ti liberer per sempre dalla morte.
E il Buddha sollev la lepre sempre pi in alto fino alla luna in modo che tutta la terra potesse vederla.
Alcuni cantastorie raccontano che la lepre ebbe in premio per il suo grande gesto di generosit di vivere sulla luna in una scatola lucente. La lepre dal suo interno ne sollevava il coperchio un po di pi ogni giorno, mentre la luna progrediva in tutte le sue fasi.
Altri dicono che vivesse in una meravigliosa casa di cristallo con quindici finestre e che, come premio per essere stata umile e generosa, quando la luna iniziava a crescere la lepre risplendeva in un manto d'argento. Il suo compito era quello di aprire una delle quindici finestre ogni giorno, cos la luminosit dall'interno della casa poco per volta diventava visibile dalla terra, rivelando la gloria della luna piena. 


Il velo astrale di Lndu.
I bardi dell'Estonia raccontano la storia tristissima di una dea chiamata Lindu, figlia di Uko, Re dei Cieli. Lindu era anch'essa una sovrana - la Regina degli Uccelli. Viveva sulle coste del mar Baltico tra i suoi sudditi alati. In ogni stagione, sapeva da dove venissero gli uccelli e faceva in modo che tenessero il giusto cammino mentre migravano attraverso i cieli.
 Molti pretendenti scesero dai cieli per chiedere la sua mano. Lindu rifiut il Sole e quindi la Luna, trovandoli entrambi troppo prevedibili: ogni giorno seguivano lo stesso cammino attraverso i cieli. Rifiut la Stella Polare perch troppo abitudinaria nei suoi modi: non lasciava mai il suo posto nel cielo. Ma quando venne corteggiata dalla Luce del nord fu rapita dalla sua bellezza e dal suo splendore, tanto che si innamor immediatamente. La Luce del nord non poteva sopportare lo splendore del giorno per tanto tempo, quindi dopo il fidanzamento riguadagn la terra della mezzanotte promettendo di tornare per il matrimonio.
 Quindi Lindu, felicissima, si prepar per le nozze ma la Luce del Nord si mostr tanto incostante quanto bella e non torn pi. Man mano che passavano i giorni, Lindu divenne triste, sempre pi triste, finch il suo abito fu completamente bagnato dalle lacrime. Cominci a fluttuare nei cieli senza nemmeno accorgersi degli stormi di uccelli che le volavano intorno.
 Uko guard gi dal suo palazzo nei cieli e prov pena per la figlia. Comand allora ai venti di portarla lontano dalla terra e condurla accanto a s in cielo.
 Quando vi giunse, il suo velo di nozze volava dietro di lei e il suo strascico fu trasformato in milioni di stelle splendenti. Le loro luci formano il cammino notturno chiamato Via Lattea. I cantastorie raccontano che lei continu a vegliare sugli uccelli che migrano. Ogni tanto, nei pomeriggi d'inverno, getta uno sguardo sull'evasiva Luce del nord: il vecchio dolore  passato e si chiede come abbia fatto ad amarla.

 
Geroglifici del Cielo.
I milioni di stelle che bucherellano il cielo, misteriose e affascinanti come la notte stessa, risultavano spesso spaventose per i popoli antichi. A volte questi grani di fuoco celeste venivano sparsi nei cieli in modo simile a tanti chicchi di riso che schizzano fuori da un sacco rotto.
Le stelle poi disegnavano forme divinamente preordinate, che portavano messaggi e significati. Osservando l'alto dei cieli i popoli potevano scorgere le fattezze vivide di animali, eroi, signori, armi, diademi ingioiellati e altre meraviglie. Sapevano che ognuno di loro era l per un motivo, anche se l'interpretazione della loro presenza era diversa da un luogo all'altro.
Il paesaggio stellato, per i Greci, che vivevano sotto i limpidi cieli egei, era tanto familiare quanto le colline disseminate di erbe e le loro isole. Nei cieli essi leggevano la storia degli dei e degli uomini ed era una storia a volte molto complicata, spesso violenta.
Le vittime dei dispiaceri divini facevano parte della popolazione stellata. Tra queste figure del firmamento c'era il dragone, Draco, le cui quindici stelle tracciavano una spira tortuosa attraverso il cielo del nord. La sua sfortuna fu quella di allearsi con i perdenti in una guerra tra i poteri cosmici. Ecco come accadde.
Dopo la disfatta dei Titani, i loro fratelli giganti - mostruosi figli formati dal sangue di Urano - ingaggiarono una battaglia contro la nuova generazione di giovani e vigorose divinit, dalle forme e i volti umani.
I giganti avevano un'apparenza infernale - enormi corpi che poggiavano su gambe grosse e possenti, che terminavano con teste di serpente al posto dei piedi.
Per molti anni la guerra trasform tutta la creazione in un campo di battaglia. Il cielo era pieno di terribili ruggiti mentre i mostri feriti si lamentavano e mugghiavano con le gole tagliate. I giganti, con una forza che eguagliava la loro massa, combattevano con Zeus e i suoi compagni: la consorte di Zeus, Era, i suoi fratelli, Ade e Poseidone, la sorella Demetra e la figlia, la saggissima Atena. Era questa la pi terribile per gli avversari: la sua intelligenza preveggente, la padronanza delle strategie e delle tattiche, la rendevano un avversario pi pericoloso della forza bruta.
Arrabbiatissima, nel mezzo della battaglia, Atena mostr il suo potere divino affrontando un immenso dragone dalle file dei giganti. L'enorme bestia vol verso di lei, avvolgendosi e piegandosi, sibilando in maniera malvolente, scoprendo i denti velenosi. Atena alz lo scudo magico, forgiato alla perfezione da Efesto, fabbro degli dei, per pararsi dalle esalazioni di vapore velenoso del dragone.
Avvolto da una nube del suo stesso distruttivo vapore, Draco, stupefatto e stordito, atterr ai piedi di Atena.
Alzando con difficolt gli occhi dalla battaglia che proseguiva davanti a lei, Atena raccolse la creatura con una mano, la fece volteggiare sopra la testa quindi la lanci verso l'alto. Il suo lungo corpo si schiant contro il tetto del cielo e si incastr l per il resto del tempo, segnando un sinuoso percorso di stelle.
Dall'altra parte della coda tracciata del drago, ci sono le due Orse, Maggiore e Minore. Anch'esse erano creature terrestri che si ritrovarono in cielo come conseguenza di un intervento divino. Dopo che i vecchi dei furono deposti e il nuovo regime si fu installato stabilmente sul monte.


Le stelle fuggitive.
nella Nuova Guinea una leggenda racconta del tempo in cui le stelle vivevano sulla terra.
 Erano creature timide e si tenevano ben nascoste agli occhi degli uomini, nelle foreste pi profonde, lontane dalle abitazioni umane, andavano in canoa lungo i fiumi coperti di rami e rampicanti. Le stelle indossavano decorazioni scintillanti fatte di denti affilati di cinghiale e altrettanto scintillanti conchiglie. Lo splendore conferito da questi indumenti pulsava ritmicamente all'unisono quando le stelle cantavano le loro canzoni, remando lungo il fiume.
 Una notte un viandante che si era perso nella foresta vide quella luce scintillante e sent la musica misteriosa. Divorato dalla curiosit, si avvicin alla fonte della sua meraviglia e spi da dietro una cortina di rampicanti. Era quasi accecato dalla magnificenza che vedeva dinanzi a s, sulle acque del fiume. Forse era molto avido, forse desiderava tanto racchiudere una tal bellezza tra le mani che d'impulso usc dal suo nascondiglio e and a toccare una delle canoe.
 Spaventatissime, le stelle fuggirono, si rifugiarono in cielo e non tornarono mai pi. Il loro scintillio glorioso  tuttora visibile dalla terra, ogni notte, ma le loro canzoni non hanno mai pi affascinato orecchie umane.

Una volta conquistato l'Olimpo, il re degli dei, Zeus, fu libero di rivolgere la sua attenzione a compiti pi pacifici. Era un monarca vigoroso e lussurioso, e ben consapevole che il suo potere gli rendeva possibile avere - con la forza o con una pi dolce persuasione -ogni donna, divina o mortale che attraesse il suo occhio desideroso.
Uno dei suoi molti amori fu la
ninfa Callisto, abile cacciatrice
che trascorreva le giornate braccando cinghiali selvatici, cervi e altra cacciagione sulle montagne piene di foreste dell'Arcadia. Con i suoi boschi impenetrabili, le sue radure muschiose, i picchi e le sue valli solitarie, questa terra selvaggia era l'ambiente pi che adatto per gli incontri e i convegni romantici. Zeus sfrutt a fondo queste opportunit. Scendeva tutti i giorni dalla sommit dell'Olimpo per godere dei piaceri della caccia con la ninfa prescelta come bersaglio.
La dea Era, consorte di Zeus, si infuri e si agit per quella che probabilmente era l'ultima in una lunga fila di infedelt del marito. Era stanca di trovare ramoscelli e pezzi d'erba dell'Arcadia infilati nei suoi vestiti e si dovette persino tappare le orecchie quando lo sent, sovrappensiero, fischiettare allegramente una pessima imitazione delle note che Callisto suonava con il suo corno da caccia.
Non avendo potere contro il suo sposo immortale, nonch donnaiolo, Era diresse allora la sua gelosia furiosa su Callisto. Una mattina, essendosi assicurata che Zeus fosse inoffensivo, addormentato dopo una notte passata nell'Arcadia, la dea si fece strada attraverso le foreste dalle quali era appena tornato il suo sposo. Quando trov
Callisto in una radura che raccoglieva un
cervo appena abbattuto, Era si present, comment malignamente il pessimo gusto del marito in fatto di donne e, velocemente, trasform la sua rivale in un'orsa irsuta. Per acuire la punizione, Era lasci a Callisto l'anima e le emozioni umane integre all'interno del nuovo corpo da orso. Il risultato fu che Callisto cominci a vagare per le foreste terrorizzata, temendo non solo i cacciatori - una volta suoi compagni e ora suoi nemici - ma paventando le bestie selvagge con le quali ora era costretta a vivere. Dal suo punto predominante sul monte Olimpo, Era osservava con crudele soddisfazione le sofferenze di Callisto.
Un giorno il piacere perverso della dea aument quando vide un giovane cacciatore che si avvicinava all'orsa. Lo riconobbe come il figlio di Callisto, Arcas, il cui padre era Zeus, e che adesso era ormai diventato un uomo di belle sembianze.
Era osserv che anche Callisto parve riconoscerlo. L'orsa, dimenticando il suo grottesco aspetto, corse fuori dalla boscaglia per abbracciare suo figlio, perso da tanto tempo. Arcas, per vedendo soltanto una bestia agitata che correva verso di lui alz le frecce per colpirla.
Zeus, stizzendo poi Era, scelse proprio quel momento per guardare gi dall'Olimpo. Immediatamente ferm il giovane cacciatore mentre si apprestava a colpire e lo trasform in un orso, simile alla madre ma pi piccolo. Poi afferr entrambi gli orsi per la coda e li sollev fino al cielo, per metterli al sicuro tra le stelle.
Era, livida di rabbia, lasci l'Olimpo e scese per raffreddare la sua ira nel regno
del dio del mare. Gli raccont come il suo compagno infedele l'avesse offesa, prima sollazzandosi con Callisto, quindi mettendo lei e il figlio in una posizione di primo piano nei cieli.
Comprensivo alle lamentele di Era, il dio marino promise che non avrebbe permesso alla femmina con cui Zeus l'aveva tradita o a suo figlio di placare la loro sete negli oceani.  per questo che le costellazioni dell'Orsa Maggiore e dell'Orsa Minore restano sempre alte nel cielo e non si abbassano mai sotto l'orizzonte, nelle fresche acque del mare.
Sembra che gli dei del mare abbiano contribuito alla posizione di un'altra figura stellare, quella di Cassiopea che siede maestosamente sul suo trono in opposizione alla Stella del Nord dell'Orsa Maggiore e Minore. La sua storia inizia nell'antica Etiopia, al tempo della monarchia felice e prosperosa retta dal sovrano Cefeo. Cassiopea era la sua regina.
Cefeo era infatuato dalla bellezza della sua sposa. I poeti di corte la cantavano e gli scultori del regno cercavano continuamente di imprigionare nella pietra o nel marmo le sue fattezze squisite. La poesia e il cesello, per, potevano solo far percepire di quale bellezza brillasse la donna. Il loro fallimento nel ritrarre la sua perfezione poteva dispiacere agli artisti ma non sorprendeva nessuno, tantomeno Cassiopea, che non peccava di falsa modestia.
La Regina non trascurava sforzo, tempo o denaro, quando si trattava del suo aspetto. Ogni mattina, nelle ore freddissime dell'alba, donne e schiave si radunavano nei suoi appartamenti, con le braccia cariche di stoffe, abiti, sottovesti e mantelli. Ogni veste era tessuta con la fibra pi morbida, ornata con le decorazioni pi preziose, colorata con le tinte pi fini.
Come un generale che passi in rassegna le truppe, Cassiopea camminava davanti alle schiave cariche, ordinando loro di spiegare ogni abito e di mostrarlo per un suo severo esame, prendendo poi i vestiti che non le piacevano e lanciandoli sul pavimento di marmo. E se il sole era alto nel cielo prima che lei avesse operato la sua scelta definitiva e avesse messo da parte una selezione soddisfacente di gioielli, bene, cos fosse, per la sua bellezza - cosa che lei non si stancava mai di ricordare alle serve - era necessario sobbarcarsi fatiche infinite.
Una volta vestita, Cassiopea raggiungeva il marito, accettandone graziosamente i complimenti per il suo aspetto. Quindi Andromeda, la figlia della regina, aveva il permesso di baciare la mano della madre. Non le era per consentito un abbraccio pi intimo, poich un eccesso di appiccicose affettuosit infantili avrebbe potuto rovinarle l'abito scelto con tanta pazienza e attenzione.
La regina prendeva aria nei giardini del palazzo reale scortata dalle sue ancelle, fermandosi durante la passeggiata per contemplare la propria immagine riflessa nella piscina. Quindi, dopo la cerimoniosa apertura del cancello nascosto, tutte si deliziavano passeggiando nel parco del palazzo. Ogni tanto Cassiopea si fermava a esaminare una goccia di rugiada su una foglia o su un petalo di fiore, solamente per vedere se era possibile scorgere il proprio riflesso. Dopo un'ora o due di questa passeggiata botanica, quando il sole della tarda mattinata era diventato caldo, il gruppo si dirigeva verso la spiaggia perch la regina potesse fare il bagno. La sua spiaggia preferita, riservata a lei sola, si stendeva in un golfo riparato, seminascosto da enormi rocce.
Una mattina, prima di immergersi nell'acqua, si ferm per un momento, per lasciare che il cielo e il mare la rimirassero in tutto il suo splendore senza veli. Quindi, con voce piena e sicura sfid i cieli a produrre una dea e gli oceani a produrre una ninfa marina che fosse splendente la met di quanto lo era lei.
La regina era del tutto indifferente alla presenza nelle vicinanze delle Nereidi, le ninfe acquatiche: se anche l'avessero sentita mentre esternava il suo commento, a lei non importava affatto. Probabilmente, invece, importava alle Nereidi, perch, poco dopo aver parlato, Cassiopea sent una brezza profumata che la sfiorava. Quasi subito apparve un mulinello nei flutti dove si erano tuffate le ninfe del mare per rientrare nella loro casa sott'acqua. Indifferente, Cassiopea si strinse nelle spalle perfette e continu a nuotare. Quando, alla fine, usc dalle acque con il corpo scintillante, rest stupita e dispiaciuta di ci che aveva dinanzi agli occhi. Le sue ancelle, in attesa sulla spiaggia, erano impietrite, la bocca aperta, gli occhi spalancati per il terrore e, cosa peggiore di tutte, avevano lasciato cadere senza cura sulla sabbia gli asciugamani e le vesti che tenevano pronte per lei.
Subito cominci a sgridarle con voce acuta, ma si rese conto che le ancelle, totalmente incuranti della sua presenza, fissavano un punto nel mare dietro di lei. Si gir, gelata da una nube che aveva coperto improvvisamente il sole per scoprire un mostro - con le fattezze di una balena ma della misura di una montagna galleggiante - che la osservava con occhi maligni e fissi. Con una velocit spaventosa lasci le acque e guadagn la spiaggia. Strappando gli abiti dalle mani immobili delle serve pietrificate, Cassiopea lasci perdere tutti i pensieri sul vestito, lo sfoggio e il protocollo e scapp via dalla spiaggia con le ancelle che faticavano a starle vicino. In capo a qualche ora l'intera costa fu devastata. Tutta la popolazione, in preda al panico, si rifugi sulle colline mentre il palazzo era in agitazione, sebbene salvo perch lontano e sicuro sulla collina piena di alberi. Inesorabilmente e deliberatamente il mostro correva e si faceva strada attraverso la regione. Cassiopea, ancora tremante per il trauma, e il marito Cefeo ascoltavano con orrore ogni nuova notizia sugli oliveti rovinati, le vigne distrutte, le fattorie ridotte in miseria, i villaggi trasformati in polvere.
I consiglieri del re e i suoi cortigiani non sapevano cosa fare. Confessarono che non sarebbe bastata la saggezza mortale per battere il mostro. La coppia reale non aveva alternativa, se non quella di vestire semplici e umili panni di lutto e salire faticosamente a piedi nudi alla lontana grotta montana dell'Oracolo, che serviva da tramite per parlare con gli dei. Nella cella della veggente, nascosta profondamente nel cuore della montagna, il fumo dell'incenso e dei sacrifici animali irrit gli occhi di Cassiopea e fece tossire fino agli spasmi il re Cefeo. Dopo aver ascoltato le domande e gli appelli che portavano, l'Oracolo cadde in convulsioni, quindi giacque immobile come un cadavere. Per lungo tempo il silenzio nella stanza fu rotto solo dal fruscio del pitone sacro, che scivolava e si avvolgeva lentamente sul pavimento di pietra.
Quindi l'Oracolo si alz con gli occhi lucidi e parl con una voce che non era la sua. Dopo, cadde di nuovo in una trance simile alla morte. Prostrati dall'orrore,
Cefeo e Cassiopea uscirono dalla grotta arrancando. Si fermarono per un momento davanti all'ingresso, come accecati dalla luce del sole. Cassiopea inizi a strillare e a piangere. Cefeo, scosso dai gemiti, condusse la sua regina al palazzo. Avevano un compito molto triste e difficile da portare a termine.
L'ordine dell'Oracolo era stato inequivocabile. Era stata fatta un'offesa a Poseidone, il dio degli oceani, che aveva mandato l'orribile mostro-balena Cetus, come segno della sua rabbia. La riconciliazione poteva prendere solo una forma, il sacrificio umano. Il crimine era stato commesso da Cassiopea, i cui commenti erano stati ritenuti fastidiosi per le ninfe del dio del mare. E quindi una sola vittima poteva calmare la rabbia della divinit: doveva essere Andromeda, la figlia vergine di Cassiopea, a essere sacrificata.
Le istruzioni dell'Oracolo erano precise: la fanciulla doveva essere incatenata a una roccia sovrastante la spiaggia dove la madre aveva celebrato la sua stessa bellezza e lasciata l, finch il mostro non fosse venuto a divorarla. Una volta fatto questo, l'onore divino sarebbe stato soddisfatto e la costa etiope sarebbe stata lasciata di nuovo in pace.
Il mattino del giorno dopo, mentre Cassiopea osservava a distanza, Andromeda fu portata alla spiaggia dalle guardie del palazzo e legata strettamente a una roccia con catene di ferro. Quindi le guardie si ritirarono e aspettarono l'arrivo del mostro-balena venuto a reclamare il suo premio.
Per un po non accadde nulla. Gli uccelli del mare stridevano in alto, le onde lambivano la costa, le brezze salmastre giocavano come se quello fosse un giorno normale sulla spiaggia. Soltanto la figura immobile di Andromeda, avvolta nelle catene, stonava in questa scena pacifica.
Quindi Cassiopea, attraverso le lacrime, vide che la figlia non era pi sola. Un giovane, dorato come il sole, che montava un grande cavallo bianco e alato, si era avvicinato ad Andromeda passando attraverso la spiaggia. Con un gesto aggraziato smont da cavallo e le si mise di fronte. Cassiopea era troppo lontana per sentire quello che si dicevano, ma vide che egli toccava la fronte di Andromeda con un gesto rassicurante. Poi si gir, poich con un grande bollore e rimestio di acque era apparso fuori dal mare il mostro Cetus. Lo straniero corse verso la bestia e infil la spada nel corpo viscido della creatura. Il mostro, per, ignor il colpo come se fosse stata la pi debole stoccata e avanz verso Andromeda. Il suo difensore alz la spada ancora e ancora, colpendo tanto profondamente che il suo sangue sgorg in torrenti e macchi l'intera costa.
Quelli che osservavano la scena dall'alto urlarono con voce terrorizzata quando lo straniero scivol e perse l'appiglio in un lago di sangue. Cetus avanzava verso di lui, con le fauci che reclamavano la preda. L'uomo si rimise in piedi, estrasse un oggetto che pendeva dalla sua cinta e lo sbatt sul muso del mostro. Questi lo fiss e, tanto immediatamente quanto inaspettatamente si trasform in pietra.
Cassiopea e Cefeo corsero gi verso la roccia dove lo sconosciuto eroe stava liberando velocemente la figlia dalle catene. Dimenticando, nella loro gratitudine, le barriere dell'etichetta reale, si inginocchiarono davanti a lui e lo salutarono con
gioia. Egli li fece alzare e li salut come si confaceva al loro stato. Quindi si present: era Perseo, il figlio del dio Zeus e di una principessa mortale. Per caso, o forse per il gentile intervento di qualche divinit benevola, mentre cavalcava il suo destriero alato sulla costa etiope aveva visto Andromeda incatenata alla roccia. Spieg che era stato mandato da casa per adempiere alla missione di uccidere Medusa, il mostro dai capelli di serpente, il cui potere malvagio trasformava i viventi in pietra. E allo stesso modo la testa tagliata di Medusa, ancora piena di serpenti, era stata lo strumento per distruggere Cetus. Adesso riposava nuovamente nella cintura di Perseo, nascosta al sicuro dalla vista, avvolta in panni.
Il re chiese a Perseo quale ricompensa desiderasse per aver salvato la figlia. L'eroe replic che desiderava come premio solo la mano della fanciulla stessa, per congiungersi a lei in matrimonio
Secondo la leggendacos, quel giorno iniziato con orrore fin felicemente in un banchetto di nozze. Perseo e la sposa partirono insieme verso il paese natale dell'eroe e quella stessa notte Andromeda concep un bambino, che sarebbe diventato il fondatore della nazione persiana. Cassiopea, castigata, divenne molto meno vanitosa per un po, e il re Cefeo regn pi saggiamente di quanto non avesse mai fatto prima di allora.
Quando la morte arriv infine a reclamare tutti i protagonisti di questo dramma, ognuno venne onorato dagli dei, che donarono a ciascuno l'immortalit sotto forma di costellazioni del cielo: Cassiopea, Cefeo, Perseo, il suo cavallo alato Pegaso, Andromeda e anche il mostro Cetus che, vanamente, continua a cercare di catturarla attraverso i cieli infiniti. Le Nereidi, le ninfe del mare che erano state insultate, si sentirono per oltraggiate vedendo Cassiopea ricordata in questo modo, anche perch Perseo aveva ucciso il mostro-balena e quindi aveva rubato loro la rivincita che avevano pianificato. Per questo motivo Poseidone, il protettore delle ninfe, fece in modo che Cassiopea sperimentasse anche la negativit della vita. E cos fu per l'eternit. Met della notte pu sedere sul suo trono celeste, mentre passa intorno alla stella polare, ma per l'altra met della sua orbita, invece, la sedia viene rovesciata e l'altezzosa regina  costretta a scintillare in maniera umiliante a testa in gi. 


Oscuri Drammi del firmamento.

Gli antichi sapevano molto bene che i cambiamenti del cielo e i capricci del tempo erano frutto del lavoro di dei, demoni o altre creature sovrannaturali. Guarda in alto, dicevano, e vedrai sfide, riti e drammi. Cos accadeva di anno in anno, e quando gli indiani americani si riposavano nei loro accampamenti, osservavano la caccia astrale dell'Orsa Maggiore nei cieli del nord. Per tutta la durata della primavera

tre cacciatori, come singole stelle, cacciavano la bestia celestiale che inconsapevole si aggirava nei cieli. Una volta arrivata l'estate, la costellazione passava vicino ai cieli polari perch la preda aveva fiutato i suoi inseguitori e la caccia diventava ancora pi dura. Gli inseguitori trovavano la loro strada in autunno; per questo il sangue dell'Orsa Maggiore scorreva e bagnava le cime degli alberi rendendole cremisi. Le foglie macchiate di sangue cadevano dai rami come lacrime di un pianto funebre e l'anno moriva insieme all'Orsa. La sua anima riposava durante l'inverno per rinascere l'anno seguente.
I lunghi mesi d'inverno erano, al nord, il tempo dell'oscurit per le trib eschimesi delle lande ghiacciate. Il sole faceva capolino solo poche ore al giorno, la cacciagione era scarsa, il mare gelato e la notte sempre vicina. Nella nebbia scura che copriva i campi ghiacciati anche a mezzogiorno, i cieli ogni tanto scintillavano con i colori mutevoli delle luci nordiche. Gli indiani Naskapi vedevano un segno di vita oltre la morte in quelle strane, bellissime luci che brillavano dalla cima del mondo, cangianti come i riflessi di un prisma
attraverso la tundra coperta di ghiaccio. Il mondo dei morti era una landa degli opposti, un'immagine specchio della terra, dove gli spiriti camminavano rovesciati e saltellavano sulle teste. L'aurora boreale era la finestra attraverso la quale i vivi potevano vedere i morti intenti nel loro gioco. Proprio come i capi trib danzavano intorno ai fuochi degli accampamenti dopo la caccia, cos le anime di coloro che avevano lasciato la terra danzavano nei cieli, illuminando con la loro luce eterea la faccia oscura del mondo.
Un'altra visione della vita dopo la morte era prevalente nelle steppe spazzate dal vento della Siberia, dove gli spiriti dei morti subivano un ritorno innaturale alla vita. Si pensava che le anime dei morti rinascessero come vampiri celesti, assetati di sangue umano, il solo che potesse riscaldarli e sostenerli. I vampiri aspettavano, alti nel cielo, nascosti tra le stelle, in attesa di notti fredde e trasparenti per cadere sulla terra silenziosa come
meteore e per bere dalle vene dei vivi. La gente vigile che guardava i cieli d'inchiostro aveva per il potere di distruggere i vampiri prima che atterrassero. I succhiatori di sangue erano terrorizzati dalla vista di umani insonni. Liberate dalla loro corsa mortale, le stelle cadenti si posavano senza fare danni in qualche punto nascosto dietro 

Unagobba, con i denti a uncino, la Madre Holle, antica divinit dei cieli
e del vento, regina di streghe ed elfi, si aggirava zoppicando per le montagne e le radure della Germania, con il suo gatto e il suo bastone, probabilmente cercando la sua erba sacra, l'elleboro. I mortali vivevano nel costante terrore di incontrarla, dal momento che poteva accecare gli occhi degli uomini o far uscire la ragione dal cervello; poteva restringersi o allargarsi,
apparendo talvolta come un folletto e altre volte come una gigantessa.
I suoi piaceri, nonostante questo, erano molto casalinghi. Amava accendere un fuoco per scaldarsi e sedere attizzandolo per terra. Inviava doni d'oro alle donne mortali che accudivano bene la casa e quando d'inverno cadevano le nevi, le donne si affacciavano alle finestre per vedere tra le nubi Madre Holle che scuoteva il suo letto di piume.


li Shans, abitanti delle montagne birmane, adoravano un pantheon di divinit: dei del sole, della luna, delle nuvole, dell'aria. Il sole,
la luna e le stelle erano i palazzi dorati di queste divinit. Quando venivano in visita sulla terra la loro casa si trovava sul monte Meru che riposava sulla schiena di un enorme pesce. Umane nelle sembianze, nelle passioni e nelle follie, queste divinit dirigevano gli spettacoli del tempo e del vento che
si vedevano sulla terra. Gli Shans potevano sempre dire quando gli dei si erano divertiti e avevano tenuto un banchetto nelle loro case in cima al sacro monte Meru. Mentre banchettavano con carni succulente e frutta matura, i servi riempivano continuamente i loro bicchieri con vino celestiale. Nella loro ebbrezza, gli dei rovesciavano i bicchieri, versando il vino attraverso le nubi e lasciando dietro di loro una vivida traccia di colore: l'arcobaleno.
I dragoni, gli orchi e gli uccelli mostruosi erano i guardiani delle cime del monte Meru, le cui coste erano bagnate da dolci acque. In certe stagioni, le ninfe che avevano fatto delle acque la loro casa, venivano condotte verso le spiagge scintillanti d'oro, d'argento e di miriadi di gemme per giocare e ballare insieme, bagnandosi nel cuore delle foglie di loto e spruzzandosi nei ruscelli. Attratti da tali bellezze, gli orchi lasciarono le loro postazioni per raggiungere le ninfe e subito diventarono gelosi l'uno dell'altro.
Combatterono tanto da disseminare la cima della montagna di schegge di spade e scudi. Scambiando questi scintilli per un'esplosione, il re dei dragoni spruzz i pendii con l'acqua della sua bocca nell'intento di smorzare l'incendio. Il signore dei grandi uccelli, pensando che il sacro Monte fosse allagato, sbatt in aria le sue terribili ali per cacciar via l'acqua, e il vento sollevato dalla sua ala spazz la montagna fin al suo interno. Tutti questi eventi provocati in successione generarono l'uragano.

Le tempeste sull'Africa, invece, erano opera del dio Kayura. Quando desiderava creare una tempesta, egli inviava gi, attraverso le nubi, il suo stormo di uccelli dalle piume rosse. Gli uccelli volavano come frecce scagliate dai cieli, il loro scintillante piumaggio brillava come i lampi. I tuoni echeggiavano nel battito delle loro ali. A volte gli
uccelli sprofondavano nel terreno per non riemergere mai pi.
I Dottori dei Cieli di Natale - stregoni tribali - sapevano come catturare gli uccelli della tempesta attirandoli con una ciotola di cibo. Una volta che fossero riusciti a catturare nel branco un uccello rosso del dio, potevano scatenare da soli le tempeste nel cielo sereno. Arrostivano gli uccelli sul fuoco, quindi intingevano la punta delle loro bacchette nel grasso che colava, per scatenare una tempesta a loro piacimento.


Capitolo Tre
La Dama della Vita 


Il primo Vasaio.
C'era un tempo, prima del tempo, in cui gli animali e gli umani vivevano insieme in grande intimit. Le bestie venivano addomesticate per essere utilizzate dagli umani o per allietarli come animali da compagnia. Vivevano tutti sotto lo stesso tetto e, sebbene ognuno in modo diverso, veneravano gli stessi dei. Anche i cacciatori e le prede si trattavano con grande rispetto reciproco. Non veniva messa nessuna trappola, n sguainato alcun coltello, senza una parola buona per quelle creature che donavano la vita per sostentare gli esseri a due zampe con cibo o pellicce.
Le diverse specie conoscevano le abitudini delle altre, studiavano pregi e difetti di ognuna e si diceva condividessero un linguaggio ora dimenticato. Sicuramente alcune storie furono tramandate anche in seguito alla lunga memoria degli animali. Se, infatti, essi stessi non erano la fonte delle vecchie favole, ne erano per spesso l'argomento. Nelle profondit della giungla dell'India centrale, lontano dalle vie di commercio, dai templi e dalle citt, le antiche popolazioni della foresta custodivano alcune storie di vecchia data che spiegavano la nascita del mondo, gli esseri umani e gli abitanti animali.
La natura impiantata in ogni essere al momento della creazione e la conseguenza di incontri primordiali governarono per sempre la forma dei rapporti tra gli umani e gli altri animali.
La terra e tutte le cose su di essa - cos insegnano le vecchie storie - furono creati da un essere supremo chiamato Singbonga. Una volta che egli ebbe formato la massa della terra e disseminato su di lei i semi di tutte le piante e degli alberi, fu pronto a creare la miriade di famiglie delle cose viventi. Cominci con l'antenato di tutti i cavalli. Quando questo fu asciutto inizi a fare gli uomini. Premendo e mischiando morbida creta form le figure di uomini e donne e li lasci ad asciugare durante la notte. Il cavallo per temeva che, se un domani fossero apparsi gli uomini nel mondo, non sarebbe passato molto tempo prima che lo sottomettessero e cavalcassero arrogantemente sulla sua schiena.
Cos, nascosto dall'oscurit, l'animale distrusse la creta e sciolse le figure nella morbida terra. Il mattino dopo, Singbonga scopr che il suo lavoro era stato rovinato.
Si rimise all'opera. Impast prima la figura di un cane, quindi un nuovo gruppo di persone. Questa volta li lasci fuori ad asciugare, perch il vento che soffiava li facesse seccare pi velocemente. Quando cal la notte il cane era gi asciutto e l'alito del vento aveva soffiato nelle sue narici dandogli la vita. La creta di cui erano formate le persone era per ancora molle e soffice, cos Singbonga mise il cane di guardia per proteggerli.
Durante la notte il cavallo arriv nuovamente, in cerca dei suoi nemici per distruggerli. Il cane fece la guardia girando intorno alle figure e il suo abbaiare cacci il cavallo lontano cos, quando la mattina dopo arriv Singbonga, la creta si era asciugata senza danni. Quindi lo spirito vi soffi dentro. Venne cos creata la razza umana e la natura di questo rapporto tra il cavallo e il cane rimase decisa per tutto il tempo a venire.,


Il pasticcio dello spaccone.
Molto prima dei tempi di Gengis Khan, il graziosissimo cavallo e il cammello dalle strane forme vivevano fianco a fianco sulle pianure fredde della Mongolia.
 Le trib nomadi raccontano una storia che spiega come mai le due bestie dai piedi piatti diventarono cos diverse.
 Essi raccontano che il Creatore gener il cavallo asiatico e gli diede un collo che si incurvava elegantemente. Bertik Khan - che forse era un dio rivale o un demone - era geloso. Cerc di creare un animale ancora pi bello. Form con i pollici una schiena con un bozzo sopra e mise il collo al contrario, nessuno sa per quale motivo Bertik Khan pensasse che questa creatura fosse bellissima, dal momento che non fu mai vista perch visse per sempre nel deserto.

Il racconto delle Molte Code.
Nel vecchio mondo il potere aveva la forma di una piramide con il monarca da solo all'apice, il suo piccolo gruppo di proprietari terrieri facoltosi e nobili esattamente sotto di lui e l'enorme massa di comuni mortali nella parte bassa della struttura. Secondo le antiche favole questo modo di vivere non vigeva solo nella societ degli umani ma anche nel regno degli animali. Le bestie e gli uccelli avevano la loro gerarchia e le loro classi sociali, le loro leggi e i loro costumi, le loro maniere e le loro usanze. Tutto questo scompar dalla faccia della terra quando la specie su due zampe stabil la propria totale egemonia.
Prima che questa conquista fosse finita, il leone divenne il re degli animali. Alcuni storici slavi raccontano che un grande leone governava come zar della Russia nei tempi che precedettero gli umani. I suoi vassalli e cortigiani erano creature inferiori che si inginocchiavano di fronte al suo saggio cipiglio - che ispirava un timore reverenziale - e davanti alle sue potenti mascelle. Dalla sala del trono con il tetto a grata, della sua residenza estiva elegantemente arredata, fino al palazzo d'Inverno, che invece aveva camere rivestite di tappeti, il leone viveva in uno splendore degno della sua magnificenza. Eppure i suoi sudditi non bramavano i gioielli che scintillavano sulla sua scura criniera, il vino che gli riempiva le fauci o l'enorme numero di servi che accorreva a ogni suo ruggito. L'alce della montagna o le lepri delle steppe, desideravano solo una cosa che il leone possedeva: la coda.
La coda del leone era flessuosa e sinuosa. Aveva un linguaggio tutto suo: a volte sbatteva con rabbia, altre si curvava per il piacere. Era molto bella, pelosa e fulva, coronata da un fiocco nero, era unica.
Una mattina di primavera, quando i cumuli di neve che premevano contro le finestre del palazzo d'Inverno cominciarono a sciogliersi, lo zar Leone chiam a raccolta i suoi sudditi per intraprendere il lungo viaggio che lo avrebbe condotto al palazzo d'Estate. Portato col baldacchino imperiale sulle spalle dei suoi servi a quattro zampe, egli viaggi per tutta la lunghezza del suo regno e vide quanto i suoi sudditi soffrissero terribilmente per il desiderio di possedere una coda.
Lo zar Leone osserv che durante la notte rigida, quando il vento maligno soffia dentro ogni fessura, la volpe argentata non poteva riparare il naso in una coda calda e fitta. Man mano che le giornate diventavano pi tiepide osserv le mosche mordere la pelle del cavallo, che non aveva difese per proteggersi dai loro attacchi. Tra le steppe not che l'antilope non aveva nessuna coda da sventolare come segnale quando il leopardo si avvicinava. E quando l'antilope scappava il leopardo non aveva coda da mordere con rabbia. Sulle montagne ascolt il lupo rosso ululare dispiaciuto, perch non aveva nessuna coda con cui scodinzolare gioiosamente.
Molto prima che apparissero dietro la foresta i tetti a cupola con la forma di cipolla, lo zar Leone aveva deciso di porre fine a quella mancanza. Arrivato nella sala del trono scese dal baldacchino. Era determinato a donare a ognuno dei suoi sudditi il beneficio di una coda personalizzata.
Per riuscire a far questo convoc a consiglio i pi saggi studiosi, i ministri pi astuti e i maghi pi potenti. Furono chiamati tutti i maestri delle arti pi elevate e
delle scienze pi alte per cercare di capire dove, nel mondo, potessero essere trovate e ottenute le code. Ogni cercatore di verit fu consultato: eccentrici personaggi con occhi spiritati che cercavano di trasformare tutti i metalli in oro, altri che facevano strani giochi con i numeri o mettevano a bollire sostanze innominabili e nocive, in damigiane e alambicchi.
Fu posta a tutti la stessa domanda: dove si potevano trovare le code per quelle creature che, diversamente dal leone, erano tanto sfortunate da essere nate senza? Queste code crescevano forse come giunchi sulle rive dei fiumi? Potevano forse essere tessute, filate o cucite? Dov'erano nascoste, forse nel profondo della terra, come i rubini, lo stagno o l'argento? Potevano essere fabbricate da artigiani che lavoravano tutto il giorno nelle botteghe senza finestre?
La convocazione per risolvere il problema si tenne nel segreto pi assoluto. Lo zar e i suoi consiglieri riuscirono in ogni caso ad avere una risposta. Alcune settimane dopo, nel cuore della notte, un gran numero di forzieri molto pesanti, casse e ceste venne portato di nascosto dentro il palazzo e presentato al leone.
Il monarca apr ogni contenitore, esamin attentamente le code multicolori che vi erano contenute passando il polpastrello sulle tessiture e sollevandole per giudicarne peso e sostanza. Il leone era soddisfatto. Rugg, rivolto agli uccelli che nidificavano sotto le volte di vetro del soffitto e comand loro di volare in tutto il paese con un messaggio per i suoi sudditi. Ogni animale che fosse venuto immediatamente a palazzo avrebbe ricevuto la coda che desiderava. In una confusione di ali, gli uccelli si alzarono in volo e sparirono attraverso il regno, cantando a gran voce le parole dello zar Leone.
L'alce e il toro sollevarono le teste dall'erba primaverile e ascoltarono il messaggio. Sopra i mugoli dei loro piccoli, il tasso, la volpe e lo zibellino sentirono il canto. La lince e il leopardo lasciarono la caccia per obbedire, seguiti dagli animali che stavano cacciando. Presto gli uccelli avevano chiamato a raccolta tutte le bestie presenti nel regno, tranne una: l'orso, che non fu trovato in nessun luogo. Guardarono vicino al fiume dove di solito pescava. Cercarono nella foresta, dove crescono le bacche pi dolci. Infine, disperati, stavano tornando verso il palazzo estivo quando il rumore di un sonoro russare, che pareva venire dalla profondit della terra, attir la loro attenzione.
Gli uccelli si abbassarono e volarono finch trovarono l'ingresso di una caverna nella roccia. Dentro c'era una grassa palla di pelo che russava, respirava profondamente e grugniva piano: era l'orso, con l'inverno ancora dentro le ossa.
Gli uccelli volarono su di lui stuzzicandolo, beccandogli le zampe e tirandogli la pelliccia. Mentre questi si stirava e si allungava, loro gli raccontarono del dono dello zar. L'orso si scosse fino a svegliarsi, rotol in piedi e usc al sole. Trov la strada che portava al palazzo, infangata dalle tracce degli altri animali che si erano incamminati prima di lui. Seguendo la scia annus l'aria primaverile profumata di pioggia, erba, fiori e miele. L'orso si ferm. Non aveva mangiato nulla durante i mesi invernali, addormentato nel suo letargo e la strada davanti a lui era molto lunga.
Il profumo del miele lo port lontano dalla strada, a un albero cavo nella foresta. In cima all'albero c'era un alveare pesante e gocciolante di miele, che scendeva lungo il tronco. La bestia si ferm a banchettare. Il miele colava dal suo mento e gli si appiccicava alla pelliccia. Ben presto il tronco cavo fu vuoto e l'animale soddisfatto. Guardandosi poi la pelliccia decise che doveva farsi un bagno prima di apparire alla corte dello zar. Si tuff nel fiume, quindi si sdrai sulla riva per asciugarsi al sole e si addorment.
Intanto nel palazzo d'Estate si era formata una fila di animali che partiva dai piedi del trono, girava attorno ai samovar, lungo le icone e arrivava fino al cancello. All'inizio della fila c'era la volpe. Era arrivata per prima alla corte e chiedeva di poter scegliere per prima tra tutte le code. Lo zar Leone assent, aprendo uno dei forzieri ingioiellati.
La volpe sollev prima una coda, poi un'altra. La folla degli animali strabuzz gli occhi quando vide code arricciate, code fittissime, code setose, code color ruggine, dorate, bianche, argentate. La volpe scelse la pi bella, una coda lussuosa. Il cavallo scelse una coda lunga, che poteva sbattere per tenere lontane le mosche; lo scoiattolo ne trov una morbida e fitta per tenere lontano il freddo.
Il sole si alz e quindi tramont mentre ogni animale faceva la sua scelta. Gli occhi dello zar Leone erano molto pesanti quando la lepre, l'ultima della fila, si present davanti a lui. Lo zar le porse l'ultimo forziere: era vuoto, erano state prese tutte le code. Ciononostante, essa riusc a trovare un po di peli che erano rimasti sul fondo di una cassa e se ne and via contenta.
Quando la notte divenne fresca, l'orso si svegli. Di corsa ritrov la strada per giungere al palazzo. Arriv guidato dalla luce della luna per trovare le finestre buie e il cancello chiuso. Mentre si allontanava arrabbiato sent un suono provenire dall'ombra. Scrutando nell'oscurit riusc a scorgere il tasso, che saltava e si rigirava per ammirarsi la sua bella coda a strisce.
Anche l'orso la ammir sebbene pensasse che fosse troppo grande e appariscente per un animale cos piccolo. Quindi chiese al tasso di dargli la sua coda. Il tasso non poteva credere a quello che udiva e non aveva proprio nessuna voglia di separarsi dalla sua nuova finezza.
Quello era un atto di profonda scortesia poich l'orso, in virt della sua taglia e della sua forza, era molto superiore al tasso nella gerarchia delle creature. Con un grugnito l'orso piant la sua zampa pesante sulla coda del tasso. Il tasso cerc di liberarsi e scappando port via con s la maggior parte della coda. Soltanto un pezzo rimase tra le unghie dell'orso.
L'orso raccolse e mise insieme il pezzetto che era riuscito a strappare, lo sistem in guisa di coda - in verit molto piccola -quindi la colloc nella posizione in cui rimase da quel momento in poi. 


Come l'elefante perse le ali
I saggi dell'India raccontano che gli elefanti un tempo potevano volare. A causa di uno sfortunato incidente, per, persero le ali e diventarono legati alla terra. Accadde in questo modo.
 Un elefante che volava sopra un paese caldo not uno stagno particolarmente fresco e invitante. Scese rapidamente da un'altezza enorme e and a sbattere sulla riva. L'impatto scosse il suolo e rese l'acqua torbida, disturbando un enorme coccodrillo che stava dormendo. Mentre l'elefante si abbeverava rumorosamente con la sua proboscide, il coccodrillo lo attacc. L'elefante cerc di volare via, ma una delle sue ali rest incastrata nelle fauci del coccodrillo.
 Si racconta che l'elefante e il coccodrillo combatterono per dodici anni e tredici ere prima che l'elefante, perdute entrambe le ali la cui pelle era stata fatta a brandelli, chiamasse il grande dio Bhagavan in suo aiuto.
 Accorgendosi che l'elefante stava per annegare, Bhagavan usc dal cielo, prese la bestia per la proboscide con una mano e tir. In quei tempi il naso dell'elefante era molto pi piccolo. Pi Bhagavan tirava, pi il naso si allungava, ma l'elefante non si sollevava. Bhagavan acchiapp le orecchie dell'elefante, e, con una torsione, le appiatt e le allarg, riuscendo quindi a sollevare l'enorme peso dallo stagno.
 L'elefante si abitu presto alla sua nuova condizione e alla sua nuova vita senza ali. Furono felici anche gli abitanti di quella parte dell'India, perch fino a quel momento il volo dell'elefante metteva in pericolo le loro case e loro stessi.

 
Un Rosso Simbolo di Coraggio
Le storie degli antichi che narravano di combattimenti magici ed eroici, di bestie mitiche e animali che parlano non venivano raccontate per intrattenere: erano create per esorcizzare le fantasie pi oscure, le paure pi profonde. Questa fitta ragnatela di parole e immagini stabiliva una magia cos potente da riuscire ad allontanare tutte le forze malvagie che figuravano in quei racconti e minacciavano la vita della trib. Attraverso tutto il nord nessuna creatura era pi temuta dell'orso gigante. Fra tutte le bestie, questo che sembrava il pi umano era ritenuto il pi pericoloso. La femmina dell'orso si prendeva cura dei suoi piccoli come avrebbe fatto una madre umana e lanciava in alto le sue preghiere come gli esseri umani. Levandosi su due zampe, l'orso rappresentava un nemico molto temuto, anche dai cacciatori pi abili ed esperti.
La caccia al grande orso bianco dei ghiacci era il sogno degli eschimesi. La caccia era pi di una battaglia tra cacciatore e animale, era un combattimento tra uomo e mortalit su un terreno proibito dove la morte  sempre imprevedibile.
Non erano solo i membri pi deboli di ogni gruppo - i vecchi, gli
 ammalati, i feriti - a rischiare: anche i cacciatori pi forti si trovavano faccia a faccia con la morte ogni giorno. Essi riuscivano a sopravvivere solo attraverso la forza della magia che raccoglievano dagli spiriti delle creature uccise.
In questo scenario di freddo e ghiaccio ininterrotto si raccontava la storia di un ragazzo e di suo padre e della loro lotta contro la forza pi pericolosa del nord. In questo racconto erano intessuti tutti gli elementi pi temuti dagli eschimesi: la separazione dalla famiglia, l'inverno, la malattia. E soprattutto l'orso. Raccontare questa storia era l'arma pi potente contro tutti questi pericoli.
Si narrava che il bambino e il padre camminassero lungo la terra, soli: erano gli unici esseri umani in un mondo ghiacciato. Come mai essi fossero soli, la storia non lo dice. Poteva essere il risultato di una punizione per qualche crimine, forse contro lo stesso orso bianco. Forse il padre aveva infranto qualcuno dei tab che permettono agli uomini di cacciare e di uccidere bestie tanto pi grandi di loro. Forse aveva dimenticato di pronunciare l'appropriato discorso di scuse davanti a un orso ucciso, o trascurato di offrire acqua alla creatura morta, o, peggio ancora, aveva scordato di dedicare il teschio del primo orso ucciso al mare. Qualunque cosa avesse causato il loro pellegrinaggio, erano molto lontani dalla protezione del loro gruppo quando la storia inizi.
Al ragazzo non importava molto. Per lui il padre era un grandissimo cacciatore che metteva da parte enormi riserve di balena, di carib e di trichechi in preparazione all'inverno che stava arrivando. Al ragazzo non interessava che il padre fosse triste e silenzioso perch egli era semplicemente cos. Il ragazzino trascorreva il giorno cacciando piccoli animali e facendo finta di essere lui stesso un grande cacciatore. Il suo compito era anche quello di raccogliere fascine ed erbacce che crescevano durante l'estate nell'artico e che sarebbero servite da carburante per i loro fuochi nei mesi invernali.
Durante le sue sortite, il ragazzo si trov davanti un uccello, molto pi piccolo e molto diverso da quelli che incontrava di
solito. Attentamente e lentamente estrasse la lancia e la diresse con prudenza verso l'uccello. Sebbene fosse piccolo, c'era sicuramente abbastanza carne sulle sue ossicina. Invece di volare via davanti al ragazzo l'uccello si gir verso di lui, piegando la testa da un lato e fissandolo con uno sguardo attento e quasi di benvenuto. Il ragazzo abbass immediatamente la lancia in segno di rispetto. L'uccello doveva essere uno spirito molto potente per guardare in faccia la morte.
Da quel giorno in poi il ragazzo lo incontr spesso durante i suoi viaggi. Ogni volta che accadeva si fermava per parlargli, senza dimenticare mai di offrire a lui con gentilezza un po di cibo. Impar che questi amava gli insetti e le lumache che si nascondono sotto le rocce coperte di muschi e dopo un po di tempo l'uccello aveva tanto familiarizzato da mangiare direttamente dalle mani del ragazzo. Con la benevolenza della magia di questa strana creatura, il ragazzo sperava ardentemente che sarebbe diventato un grandissimo cacciatore.
Quando arriv l'oscurit dell'inverno il ragazzo e il padre si ritirarono nel loro igloo per ripararsi dal freddo. Mangiavano la carne e i pesci che avevano messo da parte e passavano le ore davanti a un piccolo ma vivace fuoco di fascine, di legna e di erbacce. L'igloo era ben isolato dalla neve che si ammucchiava sulla sua cima e il ragazzo e il padre si tenevano caldi con tre strati di pellicce.
All'inizio dell'inverno l'uomo continu ad andare fuori a caccia, lasciando il ragazzo in casa a custodire il fuoco. Infine, i giorni morirono e la notte divenne la signora del mondo.
Questa era la stagione degli orsi del ghiaccio. Mentre l'uomo e il ragazzo si stringevano vicino al piccolo fuoco potevano sentire l'ansimare e il respiro pesante fuori dal loro igloo: il grande orso era a portata di mano. Dove le persone vivono in gruppi, come anche loro avrebbero dovuto fare, gli orsi non osano avvicinarsi tanto. Hanno paura delle lance degli uomini e dei denti affilati dei loro cani. Un orso, invece, non ha paura di due umani soli e senza difese, dei quali uno  addirittura un ragazzo. Cos l'animale girava intorno all'igloo, annusando l'allettante profumo di esseri umani che proveniva da dentro. Di tanto in tanto l'orso si metteva davanti alla stretta entrata dell'igloo e i suoi occhi scintillavano per un momento dietro al fuoco. Quindi, spaventato dal fuoco, l'animale tirava indietro la testa.
Il ragazzo e il padre non dicevano nulla su quello che provavano, ma entrambi avevano il terrore che la bestia potesse uccderli. Parlare delle loro paure avrebbe solo aggiunto potere all'orso, ma essi sapevano che se invece avessero raccontato storie di cacce ai grandi orsi e di come questi erano stati uccisi dagli uomini, era possibile tenere la creatura lontana da loro.
L'uomo cominci a raccontare di tutte le cacce che aveva visto, di tutte quelle di cui aveva sentito, e di tutte quelle a cui aveva partecipato in prima persona. Mentre l'orso aspettava fuori, con lo stomaco che brontolava, l'uomo raccont di orsi circondati da mute di cani lupo i cui denti avevano strappato via pezzi di carne e di pelliccia mentre gli uomini alzavano le lance pronti a infilarle nel cuore dell'orso.
Il ragazzo ascoltava con gli occhi sbarrati mentre il padre descriveva il coraggio dei cacciatori e la morte degli orsi. A ogni storia ne seguiva un'altra attraverso le ore di buio, mentre l'uomo e il ragazzo si stringevano sempre pi vicini per cercare calore allungando pezzetti di legno, prezioso combustibile per le fiamme. Infine la voce dell'uomo divenne pesante, il suo colorito febbricitante e i suoi occhi scintillarono di tremiti di delirio. Cadde in un sonno profondo e suo figlio che piangeva non riusc a svegliarlo. Combattendo contro le lacrime e ricacciandole dentro coraggiosamente il ragazzo riprese il filo dei racconti. La sua voce esile e infantile mormor per lunghe ore, ma adesso l'unico essere che ascoltava era l'orso che aspettava fuori.
Combattendo disperatamente contro il sonno, il ragazzo continu a parlare, raccontando storie sanguinose che finivano con la morte di miriadi di orsi per mano di coraggiosi cacciatori. Alla fine non riusc pi a parlare e si addorment anche lui.
Cos, lentamente, il fuoco si indebol e si spense e l'orso si fece pi sfacciato.
Prima infil una zampa dentro l'igloo, cercando di picchiare sulle braci perch anche queste si spegnessero. Quindi allung la zampa un po pi avanti, ma non riusciva ancora a raggiungere i due, addormentati. Con un colpo di spalla l'orso cerc di rompere l'ingresso dell'igloo, ma la neve che era stata sistemata in blocchi molto duri non si ruppe. Deluso, l'orso vag intorno per cercare di scaldarsi, fidando che il primo pasto della primavera sarebbe stata la carne dell'uomo e del ragazzo che aveva vegliato tanto pazientemente.
Il vento soffiava fuori dall'igloo, signore incontrastato della landa deserta dell'Artico. Il soffio ghiacciato port il piccolo uccello marrone - con cui il ragazzo aveva fatto amicizia molto tempo prima, nei giorni della luce - all'igloo. La storia non racconta come l'uccello sapesse dove si trovava il ragazzo e come mai si trovasse nell'Artico fuori stagione.
In ogni caso, la piccola creatura salv la vita al ragazzo. Scavando nelle braci l'uccello trov una scintilla e attentamente, sventolando le ali, le fece riprender vita e splendore. L'uccello vol pi in alto per far riprendere vita alle altre braci morte. La fiamma divamp, bruciando il petto dell'uccello e svegliando il ragazzo che dormiva profondamente. Quando gli occhi del ragazzo si aprirono vide l'uccello, con il petto rosso per la fiammata, che volava velocemente fuori dalla tenda.
Da quel momento questi uccellini vengono chiamati pettirossi. Le penne bruciate passarono da una generazione all'altra: un simbolo di onore guadagnato dal pettirosso per ricordare il dono che questi uccelli fecero al genere umano. 
 
 
Araldica piumata.
Nei giorni lontani quando i principi usavano costumi bellissimi per impressionare e stupire i loro seguaci, si credeva che il piumaggio variopinto e scintillante esibito da certi uccelli fosse un dono magico, forse un segno di gratitudine o un emblema per meriti eroici. Gli storici arabi raccontano che il re Salomone diede all'upupa la sua corona dorata.
Salomone, re potente e saggio e maestro di tutti i maghi, volava un giorno sul suo tappeto. Il sole scintillava lontano in un cielo senza nubi. Senza nessuna protezione dal calore intenso, il re stava per svenire quando uno stormo di upupe vol vicino a lui per salvarlo e form un tetto sulla sua testa per schermarlo dal sole rovente.
Quando il viaggio fin e il tappeto si ferm, Salomone chiese alle upupe cosa volessero come ricompensa. Gli uccelli, fieri, scelsero corone d'oro.
Quest'atto di presunzione per li condusse al disastro: i ladri cacciarono le upupe e rubarono loro le corone. Vergognosi, gli uccelli tornarono da Salomone e lo pregarono perch fosse indulgente; il gentile sovrano diede loro una nuova corona, fatta di piume dorate. Non  per solo nelle specie esotiche, come nel caso dell'upupa, che simili attributi derivano da
poteri magici. Il merlo, per esempio, secondo una leggenda francese, acquist il suo colore durante un'incursione nelle viscere della terra in cerca del regno di Mammone, principe della ricchezza. Prima di partire, l'uccello era stato avvisato di non toccare i cumuli di tesori scintillanti che si ammucchiavano lungo i passaggi sotterranei. La creatura non riusc per a resistere alla tentazione e infil il becco in un filone d'oro. Immediatamente un demone fatto di fumo e fuoco emerse dall'ombra e cacci l'uccello fuori dalla grotta. Da quel momento in poi ebbe il becco giallo, le piume color dell'ebano e cinguett con uno strillo acuto che  il ricordo di quel momento di terrore.
Il merlo non  l'unico che abbia avuto a che fare con gli abitanti del mondo sotterraneo. I poeti della Lettonia raccontano una storia che spiega le origini della testa rosso sangue del picchio, vittima nella prova della semina tra Dio e il Diavolo.
Ognuno di loro doveva arare un campo esattamente della stessa grandezza ma Dio inizi la gara con uno svantaggio molto serio. Mentre il Diavolo aveva una schiera di potenti cavalli, l'aratro di Dio era
tirato solo da un piccolissimo picchio. Quando venne la sera il Diavolo aveva finito met del suo campo mentre il picchio aveva completato appena un solco. Era richiesto un provvedimento urgentissimo, perch Dio doveva assolutamente vincere.
Quella notte, mentre il diavolo dormiva, Dio si infil nel campo vicino e prese a prestito i cavalli. Mentre passavano le ore della notte egli semin, ar, continu ad arare e prima dell'alba riport indietro i cavalli. Quando il Diavolo torn era tanto stupito del progresso che domand di scambiare le squadre. Dio ovviamente accett e mentre lui guidava i cavalli alla vittoria il Diavolo si rese conto che era stato ingannato e si vendic sul povero picchio. Sbattendo forte la testa dell'uccello sull'aratro lo lasci sbilenco e macchiato di sangue per l'eternit.
Come parziale compensazione, forse, l'uccello fu dotato dell'abilit di prevedere il tempo. Per tutti gli agricoltori della vecchia Europa il suono del picchio che batte sugli alberi  un'indicazione sicura che la pioggia sta per arrivare.
Secondo i poeti dell'antica India, anche il pavone poteva prevedere il tempo, facendo udire il suo grido acuto quando la tempesta stava per arrivare. E, come il picchio, anche l'affascinante uccello doveva lasua apparenza esteriore a un intervento divino -infatti in origine era grigio. Indra, dio della guerra,
mentre attaccava Ravana si nascose dietro le piume del pavone. Il nascondiglio serv e il dio per gratitudine decor l'uccello con centinaia di bellissimi occhi dorati.
Camminando orgogliosamente con la coda aperta ed eretta, il pavone divenne il simbolo dello splendore reale.
I sovrani dell'antico Oriente mandavano pavoni come tributi alla corte di re Salomone, e questi velocemente umiliarono le upupe. I pavoni ebbero comunque un motivo per vergognarsi anch'essi dal momento che i loro magnifici corpi si reggevano su piedi bruttissimi. Si racconta che ogni volta che un pavone abbassava lo sguardo, urlava di orrore e la sua coda si richiudeva con disperazione -la vera immagine della vanit ferita.


La volpe e i pesci
Una leggenda ebrea racconta che nella mattina del mondo i vasti mari erano vuoti a eccezione dell'enorme mostro Leviatano, che si nascondeva in fondo all'oceano. Era un re senza sudditi finch l'angelo della Morte fu mandato a popolare i mari annegando un membro di ogni specie tra le creature che popolavano la terra, e trasformandolo poi in pesce. La volpe decise che avrebbe avuto la meglio sull'angelo della Morte e avrebbe ingannato il Leviatano. Mentre si sedeva sulla riva del mare, contemplando il suo futuro acquatico e domandandosi come sfuggirvi, il proprio riflesso le diede la chiave mentre l'ombra della morte cadeva su di lei.
 Immediatamente la volpe cominci a piangere e a lamentarsi con voce acuta.
 Perch piangi, volpe? chiese l'angelo, impaziente di proseguire con il suo lavoro.
 Sto piangendo il mio amico, rispose la volpe, singhiozzando. Mentre la tua ombra passava su di lui si  buttato in mare per raggiungere le legioni del Leviatano. Ecco dove si trova adesso.
 La volpe salut mestamente 1 creatura nell'acqua - il suo riflesso - che ricambi il saluto.
 Bene bene disse l'angelo e se ne vol via.
 And tutto bene per la volpe fino all'anno successivo, quando lo stesso Leviatano scopr che mancava.
 Mentre contava i pesci si accorse che tra di loro non c'era nessun pesce-volpe. Molto seccato, il Leviatano sbatt la sua coda da drago sulle acque, domandandosi com'era potuto accadere.
 Il timido pesce-pappagallo allora gli raccont come la volpe aveva abilmente raggirato l'angelo della Morte.
 Portami la volpe viva, ordin il Leviatano al pesce-gatto, voglio mangiare il suo cuore per appropriarmi della sua grande astuzia. Raccontale che sto morendo e voglio farla diventare re dei pesci al mio posto.
 Il pesce-gatto trov velocemente la volpe e le raccont la storia del Leviatano. Fiera di quell'onore, la volpe si affrett a salire sulla schiena del pesce-gatto. Durante il lungo viaggio la volpe ebbe il tempo per riflettere e si chiese se non era stata ingannata. O pesce-gatto, adesso che non posso scappare, raccontami qual  il vero scopo di questo viaggio, disse la volpe. Il pesce-gatto allora rivel il piano del Leviatano con grande soddisfazione, pensando che, dopo tutto, la volpe non era affatto furba.
Il mio cuore! url la volpe. Vuole mangiare il mio cuore! Adesso c' un problema perch non l'ho portato. Perch non me l'hai detto mentre c'era ancora tempo? Non sapevi che le volpi non portano mai con s i loro preziosissimi cuori?  a casa, nascosto nel mio baule.
 La volpe sugger che tornassero alla spiaggia per recuperare il cuore. Quando arrivarono alla terra la volpe salt via e scapp, prendendo in giro il pesce-gatto per la sua stupidit. Questi si nascose tra la sabbia della riva dove rimase da quel momento, terrorizzato al pensiero di trovarsi faccia a faccia con l'ira del Leviatano. La volpe non  mai tornata alla spiaggia e questo  il motivo per cui oggi non c' nessun pesce-volpe nel mare.
 
La Metamorfosi fangosa.
Gli antichi non raccontano solo di uccelli che erano stati onorati per i loro meriti gentili con corone e piume di colori brillanti ma anche di uomini, disonorati dalle loro azioni, che furono trasformati in orrende bestie. Queste storie servono come avvertimento per i malvagi.
Durante i suoi pellegrinaggi forzati lungo le isole greche, la dea Leto, madre di Artemide e Apollo, incontr molti mortali. La maggior parte di essi mostr la gentilezza dovuta a tutti i viaggiatori. In Grecia ogni straniero potrebbe essere un dio sotto mentite spoglie e l'ospitalit  un servizio che nessuna persona prudente potrebbe mai rifiutargli: coloro che la negano potrebbero pagare con la morte.
Leto vagava perch era stata maledetta da Era, la gelosa regina degli dei. Leto era colpevole di essere stata amata e di aver avuto un figlio da Zeus, il marito di Era. Adesso era obbligata a vagare sulla terra, con il bimbo divino tra le braccia, senza mai trovare un posto dove potesse fermarsi. Gli antichi narrano di come, durante uno di questi viaggi, lei stessa riusc a impartire una lezione altrettanto straordinaria.
Dopo aver camminato senza riposarsi per moltissimi giorni, Leto arriv in cima a una collina e vide subito sotto di s una bellissima vallata, con un lago che si stendeva al centro. Aveva la gola arida, le labbra secche e screpolate e la pelle coperta da un velo di polvere. Leto desiderava terribilmente dissetarsi con le acque fresche e dolci del laghetto e quindi vi si precipit. Intorno al laghetto alcuni villici stavano tagliando rami di salice. Risuonavano nel pomeriggio le grida rozze e le battute di pessimo gusto, rese ancor pi forti e rauche dal potente vino che avevano bevuto, preferendolo alle acque chiare e dolci del laghetto. Leto non prest loro la minima attenzione. Appoggi il bambino divino a giocare sulle tracce erbose e quindi si pieg per bere. Prima per che le sue labbra avessero toccato l'acqua, una voce rude la chiam accusandola di aver violato la propriet e ordinandole di fermarsi.
Leto alz la testa, aspettando prima di rispondere. Tutto intorno a lei, l'aria risuonava di insulti e bestemmie. La dea preg i suoi tormentatori affinch le permettessero di calmare la sua sete, dicendogli che non c'era nessun motivo di rivolgersi a lei in quel modo. Sapeva che la natura era stata creata perch tutti ne gioissero, fossero essi divini o mortali, e non perch i mortali la controllassero. Mentre parlava per, le sue parole furono accolte da grida di scherno e commenti volgari. Leto arross con rabbia ma cerc di calmare la sua ira e nuovamente chiese il permesso di bere, per salvare almeno il figlio.
Gli uomini erano visibilmente deliziati perch avevano la possibilit di sopraffarre con la loro forza una donna sola e apparentemente priva di difese. Ridendole in viso iniziarono a saltare nell'acqua limpida e a schizzarla, agitando fango e acqua per renderla sporca e imbevibile.
Leto era arrivata al culmine della sopportazione. Alz le braccia per raccogliere i poteri dell'Olimpo e quindi condann i suoi persecutori a vivere per sempre come creature dello stagno, esseri compiaciuti dal fango e dallo sporco le cui gole sono riempite da un gracchiare inconsulto, le bocche rese ancor pi aperte dalla volgarit, le pance pallide e bulbose. Furono create cos le rane. 


Per gli antichi saggi il mondo della natura era un libro di testo vivente fatto di favole morali e allegorie edificanti. Le rane create da Leto, ricordavano ai mortali che la punizione degli dei era immediata. Creature molto pi belle furono per ricompensate con promesse di speranza e redenzione. Non c'era luogo in cui tali portenti fossero pi utili che negli oscuri tempi dell'antica Cina, quando un imperatore, animato da eccezionale smania di potere e crudelt, occupava il trono. Egli comandava su una corte dominata dalla corruzione, dove la truffa era moneta corrente e l'adulazione l'unico linguaggio parlato.
Il monarca viveva ben lontano dai suoi sudditi, nel palazzo che gli astrologi avevano identificato come il preciso centro dell'universo. Trascorreva l i suoi giorni, contando oro, ascoltando i resoconti delle spie e condannando gli indesiderati.
Egli aveva lasciato al suo primo ministro, un mandarino molto venerabile, il compito di organizzare l'amministrazione dell'impero e assicurare che tutti i desideri imperiali venissero soddisfatti. Un giorno per, per ragioni che gli storici non si spiegano, il ministro fu disgustato da tutta la corruzione che lo circondava. Chiamando in causa problemi di salute e la crescente debolezza derivante dall'et, ottenne lo scontroso permesso del monarca di ritirarsi dalla corte. Non sarebbero mancati certamente uomini assetati di potere e pi giovani di lui per sostituirlo. Uscendo per l'ultima volta dal palazzo ordin ai guidatori della carrozza di portarlo fino a un monastero che si trovava un po distante dalla capitale. Il mandarino aveva pensato che avrebbe trascorso l in preghiera e penitenza i giorni che gli restavano.
Poco dopo aver lasciato l'aria immonda e il clamore della citt ordin ai servitori di fermarsi in cima a un bosco. Uscendo dalle cortine della carrozza il ministro chiese che tornassero a prenderlo al tramonto. Stette in piedi per un momento respirando l'aria pulita e dolce. Quindi si abbass e inizi a chiedere perdono per i suoi peccati.
Dopo un po si sedette quietamente ascoltando gli uccelli che cantavano. Era tanto immobile che le api si posarono sui suoi vestiti - cos vivacemente colorati - scambiandolo per una distesa di fiori selvatici. D'impulso prese il pugnale e tagli un pezzo di seta dalla sua veste. Lo pos in terra per vedere se le api si fossero nuovamente ingannate. Il vivace e acceso pezzo di stoffa si alz e inizi a volare, come se la brezza lo avesse sollevato. Non c'era per nessuna brezza. Il mandarino guard pi da vicino: pareva che il pezzetto di stoffa volasse per propria scelta. Stupito ne tagli un altro pezzetto e anche questo prese il volo. Con il pugnale tagli altri pezzi, che presero tutti vita nell'aria. Poco dopo l'aria fu viva, piena di creature delicate che scintillavano nei loro vari colori quasi danzassero.
Quando, alla fine della giornata, i servitori tornarono a prenderlo, lo trovarono seduto a terra, il magnifico abito a brandelli. Lungo le guance del mandarino scendevano per lacrime di gioia. Miracolosamente, alla fine, era riuscito a fare qualcosa di bellissimo e buono. Aveva dato al mondo le sue prime farfalle.


Il Giardino di tutti gli Dei.
Per gli antichi greci le piante che vivono nei campi e nei giardini hanno storie sovrannaturali, da raccontare. Sono le prove delle vicende tempestose e imprevedibili vissute dagli dei greci fra loro e anche con gli uomini e le donne che incontrarono.
L'umile violetta, per esempio,  il risultato di un innamoramento tra Zeus, signore dei cieli, e una graziosa ninfa chiamata Io, la figlia del dio del fiume. Quando la moglie Era divenne sospettosa, Zeus trasform velocemente la ninfa in una mucca bianca e proclam la sua innocenza. Questo non serv a ingannare Era, che mand un tafano a tormentare Io. Zeus, a questo punto, toccato da un debole rimorso, cre la violetta come prelibatezza che Io potesse mangiucchiare nella sua nuova forma bovina - una misera ricompensa per l'affetto della ninfa.
Anche i rari periodi di fedelt matrimoniale di Zeus servivano a volte per qualche progetto botanico. Si dice che il croco spunt sul lato di una montagna in un punto reso miracolosamente caldo dal fatto che Zeus ed Era vi avevano fatto l'amore tempestosamente. Un'altra storia, invece, insiste nel raccontare che il croco ebbe genesi da un giovane bellissimo, nel giardino della dea dei fiori. Poco saggiamente Croco cattur l'amore di una delle sue ninfe. Come gesto dell'irascibile divinit egli sprofond nella terra, quindi riemerse come fiore, guadagnando bellezza immortale al posto della vita in forma umana.
Molte volte una pianta rappresentava l'evidenza del rischio corso dagli umani che avessero attratto lo sguardo indesiderato di un dio. Per esempio, la bellissima vergine Rodante una volta fu inseguita da un folto gruppo di pretendenti non desiderati e messa a forza su un piedestallo riservato alla dea della luna, Artemide. La ragazza protest furiosamente ma la rabbia serv solo ad aumentare la sua bellezza, tanto da catturare lo sguardo del fratello di Artemide, Apollo, il dio del sole.
Offeso per l'insulto fatto a sua sorella, Apollo trasform Rodante nella prima rosa e come ricordo del suo fiero orgoglio diede alla rosa le spine. Un'altra leggenda attribuisce le spine della rosa - e anche il suo colore - a Eros, dio-bambino dell'amore, le cui azioni irresponsabili avevano spesso gravissime conseguenze.
Un tempo tutte le rose erano bianche, finch Eros non rovesci una tazza del nettare rosso e forte di Zeus e macchi i fiori per sempre. La creazione delle spine della rosa riguarda Afrodite, la madre di Eros. Durante una visita sulla terra, Eros scelse di baciare i petali di una rosa, il suo fiore preferito. Dentro il bocciolo, per, era nascosta un'ape che punse il bambino sul labbro. Le sue lacrime e il suo pianto di dolore fecero accorrere Afrodite all'istante; nel tentativo di confortare il figlio, essa lev i pungiglioni a tutte le api e li us per creare le spine poste poi sullo stelo dei fiori.
Eros ebbe anche una parte nella creazione del grazioso alloro. Una volta, con la sua solita malizia, trafisse il cuore di Apollo con una freccia dell'amore. Per la prima volta, il dio del sole prov i crampi dell'amore, che lo condussero spasimante ai piedi di una ninfa dei boschi: Dafne.
Eros, ancora una volta dispettoso, aveva colpito anche Dafne con una freccia di piombo che aveva cacciato tutti i pensieri d'amore dal suo cuore e l'aveva fatta decidere per una vita di verginit. Cos quando Apollo si propose a lei, essa prov ripugnanza e scapp via nella foresta finch giunse a un fiume che le imped il cammino. L, con il caldo respiro del dio sulla nuca, preg perch il fiume l'aiutasse. In un solo istante le sue gambe fecero le radici, la sua pelle si trasform in corteccia e ad Apollo non rest nulla, solo un albero grazioso le cui foglie, da quel momento in poi, egli consider sacre.
Anche senza il colpo infertogli da Eros, Apollo era prepotentemente attratto dalla bellezza di entrambi i sessi. Una volta fu molto preso da un giovane bellissimo chiamato Giacinto e per un periodo il dio e il mortale divennero inseparabili.
Un giorno, stanchi del loro solito divertimento di caccia nella foresta, si levarono tutti i vestiti e unsero i loro corpi come fanno gli atleti greci, quindi ingaggiarono una competizione amichevole di lancio del disco. Il dio del sole fece il primo lancio -che fu poi anche l'ultimo.
Forse incidentalmente oppure, dicono alcuni, con l'aiuto di qualche geloso spirito del vento dell'ovest, il disco mentre ritornava colp Giacinto in volto che si abbatt al suolo, morente.
Apollo, pieno di dolore e sensi di colpa, non riusc a salvare il suo amante, ma lo tramut in un fiore dal profumo molto dolce, che avrebbe sempre portato i segni del dolore di Apollo. Il sangue rosso del ragazzo fu trasformato in boccioli violacei.
Solitamente, le intenzioni amorose delle divinit causavano solo problemi ai mortali, sebbene senza di loro il mondo vegetale sarebbe stato meno ricco. L'abete, per esempio, fu il risultato della passione della dea Cibele per uno dei suoi sacerdoti, un giovane chiamato Attis.
La dea non trovava pace nella sua passione per il giovane, che non era consenziente. Infine, seccato dalla feroce gelosia della sua signora divina, Attis prese la decisione drastica di sfuggire al desiderio di lei: si castr con l'aiuto di una pietra affilata. Anche questo per non fu abbastanza e Attis decise di uccidersi quando un premuroso Zeus intervenne, trasformandolo in un abete bello e fiero.


Gli intrighi sessuali con un dio e una dea erano gi abbastanza pericolosi di per s, ma la maggior parte delle divinit aveva una moglie, un marito oppure un amante: andavano previste le loro ire, con le quali toccava fare i conti. La menta, per esempio,  una pianta che deve i suoi natali a una sposa gelosa.
Ade, il dio del mondo sotterraneo, era un tipo casalingo secondo gli standard divini e il suo triste regno dei morti reclamava la maggior parte della sua attenzione. Tuttavia, per una rara emergenza nel mondo superiore, il dio pos i suoi occhi su una ninfa chiamata Mentha.
L'amore trapass il suo vecchio e oscuro cuore, ma sua moglie, Persefone, non ne fu molto compiaciuta sebbene anche lei non fosse eccessivamente innamorata del suo triste marito; di fatto Ade aveva dovuto rapirla, per condurla al letto nuziale. Persefone, comunque, si rifiutava di accettare il legame del marito con una ragazza tanto giovane e bella. Cos tramut la giovane rivale in un'erba che potesse attrarre un uomo solo per il suo sapore gradevole e rinfrescante.
Ogni tanto, un mortale riusciva a raggiungere la trasformazione in pianta quasi senza aiuto o almeno senza l'intervento degli dei. Questa  la storia del celebre Narciso. Egli non era, probabilmente, un comune mortale poich era figlio di una ninfa del fiume che era stata violentata dal fiume stesso; ma se gli eventi si fossero svolti normalmente, Narciso sarebbe comunque morto come ogni altro umano.
Egli, era straordinariamente bello - sia da bambino, che da ragazzo che da giovane uomo. Lasciava ovunque dietro di s una scia di cuori infranti, sia maschi che femmine, dal momento che disdegnava decisamente gli abbracci di chiunque fosse meno perfettamente formato di lui. Anche la ninfa Eco, condannata per un precedente misfatto a perdere per sempre la parola - a eccezione degli ultimi, pochi vocaboli che le venivano rivolti - languiva di desiderio disperato per il bellissimo giovane. Quando Narciso le disse: Morirei piuttosto che dirti: toccami, la povera Eco pot soltanto rispondere: Toccami!. E quando l'orgoglioso ragazzo disse alla ninfa: Non potrei mai darti amore tutto quello che lei pot ribattere quietamente fu: Amore!.
Un giorno per Narciso trov il compagno perfetto. Mentre si aggirava in una foresta si trov davanti a uno stagno e si vide faccia a faccia con l'esatto tipo di ragazzo che il suo cuore aveva desiderato per tanto tempo. Si innamor perdutamente del proprio riflesso. Per ore, quindi per giorni, fiss l'immagine amata, finch la sua forza, la sua bellezza e infine la sua vita vennero meno. Quando i suoi compagni arrivarono per dare sepoltura rituale al corpo, non lo trovarono: al suo posto c'era solo il fiore bianco per cui Narciso sar sempre ricordato.
Cos molti uomini e donne lasciarono una nuova pianta in loro memoria. Qualche volta la trasformazione era segno di una ricompensa. Gli ateniesi raccontano una simile storia che datano al tempo della guerra di Troia. 
Tra le molte donne di Atene la principessa Fillide salut il suo amato all'inizio della guerra, ma quando la flotta torn a casa dopo dieci anni la barca del giovane non c'era.
Alba dopo alba la principessa rimase ferma sulla spiaggia scrutando attraverso l'Egeo blu, finch non mor di dolore. Atena, la dea di Atene oltre che dea della saggezza, fu cos impressionata dalla fedelt di Fillide che trasform la principessa in un albero di mandorlo. Il suo amato arriv il giorno dopo la sua morte e al suo tocco l'albero senza foglie fior e cos continuano a fare i mandorli da quel momento in poi.
Atena  anche responsabile della rara creazione di un albero senza aver dovuto sacrificare nessuno sfortunato mortale.  proprio per merito di questa creazione che guadagn il favore degli ateniesi. Lei e il dio del mare Poseidone una volta erano stati rivali nell'aggiudicarsi la lealt del popolo di Atene, finch si misero d'accordo su un modo pacifico di sistemare la questione. Ognuno avrebbe dato alla citt un dono e i cittadini dovevano scegliere quello che preferivano. Poseidone cre addirittura il primo cavallo, ma Atena cre l'ulivo e vinse a pieno titolo.

Gli esuli figli dei cieli.
In posti molto lontani come la Lituania e la Terra del Fuoco, una volta le persone vedevano sole e luna come marito e moglie, mentre le stelle erano i loro piccoli. Secondo alcune storie la loro vita di famiglia era esattamente uguale a quella degli esseri umani.
 Il padre sole era una figura distante, qualcuno racconta addirittura che lui e la luna avessero litigato e che fosse quello il motivo per cui vivevano lontani. Madre luna cresceva le figlie da sola, insegnando loro come brillare e come pulire la lampada che tenevano alta nei cieli durante la notte. Le stelle, proprio come bambini veri, per, si ribellavano sempre pi via via che crescevano. Una notte alcune di loro decisero di non accendere le loro lampade. Al contrario, iniziarono a fare delle capriole e cantarono versi di scherno per tutta la notte, rifiutando di ascoltare la madre quando ordin loro di tornare subito ai loro compiti.
 La luna non era come una mamma umana dal cuore dolce e le pun molto pesantemente. Le salut a malapena e mand un vento a spazzarle via dai cieli.
 Cadute sulla fredda terra le stelle pregavano di essere riprese. Le loro preghiere continuarono per, a non essere ascoltate fino al mattino seguente, quando il sole seppe quello che era successo. Spieg loro che le stelle cadute sulla terra non possono mai tornare, ma consol le sue figlie piangenti promettendo loro che avrebbe lasciato che rischiarassero la terra come una volta avevano rischiarato i cieli.
 Le tramut in denti di leone, che girano i volti scintillanti verso l'alto per seguire il cammino quotidiano del padre. In ogni campo per ce n' sempre qualcuno che si trasforma in soffione, cercando invano di volare di nuovo verso la madre sullo stesso vento che li ha trascinati gi.
 
Il Lascito dello Straniero Dorato.
Nei giorni antichi il genere umano era forzato a uccidere e a seminare per sfamarsi. La vita era corta, la fame inevitabile e i freddissimi inverni erano fatali per tutti i membri pi deboli di ogni trib. Allora la terra nascondeva i mirabili segreti del piantare e del coltivare.
Questi misteri, rivelati di recente, erano trattati molto solennemente. La semina era un matrimonio sacro. La coltivazione, il raccolto, erano atti di violenza necessari perpetrati sul corpo della Madre Terra: come ogni moglie di mezza et avrebbe potuto affermare, non c' vita senza spargimento di sangue.
Il momento in cui questo enorme sapere fu rivelato alla nazione degli irochesi resta sepolto nella memoria dei loro cantastorie. Essi parlano di un incontro notevole nei tempi selvaggi e di un giovane fuori dal comune cui fu conferito un dono straordinario.
I giovani della trib segnavano sempre il loro passaggio alla vita adulta solo dopo aver trascorso nella foresta un periodo di solitudine in preghiera e in sogno. L'eroe di questa storia, come tutti i suoi compagni, fu allontanato dal villaggio secondo il costume. La madre gli segn la faccia con il carbone nel modo prescritto dal rituale perch gli spiriti sapessero che era un supplicante e provassero piet per lui. Quindi lo condusse sulle colline in un posto solitario molto lontano dall'odore dei fuochi su cui la gente cucinava. Per ripararlo tagli dei rami e li copr con la corteccia. Quindi lo lasci l da solo, senza cibo, ad aspettare e a pregare per la sua visione.
Per tre giorni egli sedette per terra a gambe incrociate e cammin tra gli alberi intonando le canzoni che richiamano gli spiriti. Per tre notti giacque sveglio nella capanna ascoltando i suoni all'esterno, confidando che i suoi custodi sovrannaturali non avrebbero permesso a nessuno spirito maligno di avvicinarsi a lui oppure a un lupo di attaccarlo.
Educandosi alla pazienza, il ragazzo aspett che uno spirito guida arrivasse da lui con qualche dono, qualche messaggio che avrebbe definito il corso della sua vita adulta. Lui e i suoi amici avevano parlato spesso dei poteri che desideravano ricevere dai guardiani invisibili.
Alcuni desideravano l'abilit nella caccia, altri aspiravano alla saggezza o semplicemente alla buona fortuna.
Sentendosi molto leggero per la fame, lo invase un sentimento d'amore per la sua gente. La spossatezza apr la strada all'estasi. Quindi, egli decise che invece di chiedere qualche dono o gloria personale, avrebbe pregato per apportare un beneficio durevole alla sua trib. Pass un altro giorno e nessuno spirito era giunto.
Nel bel mezzo della notte si svegli con la sensazione inquietante che qualcuno lo stesse osservando. Si gir dall'altra parte ma non vide nessuno. Continu a percepire una presenza molto potente. Si alz, usc dalla capanna e incontr una figura straordinaria. In piedi, l fuori, c'era un uomo molto alto, muscolosissimo, che indossava una veste verde e un copricapo di piume dorate. Il giovane iniziato non sent n paura n stupore. Gli era stato insegnato ad aspettarsi cose molto strane nella foresta. Quindi si alz molto lentamente dal momento che la fame lo aveva indebolito. Accolse il visitatore secondo i costumi della sua gente e si scus per la mancanza di cibo o di bevande da offrirgli.
Conversarono per un po a proposito del tempo, degli animali, di quello che si aspettavano dalla caccia la stagione seguente. L'uomo interrog il ragazzo a proposito del suo villaggio natale: era sopravvissuto qualcuno dei bambini appena nati durante l'ultimo durissimo inverno? Era buona la caccia? Quindi il forestiero sfid il ragazzo a un amichevole incontro di lotta.
Entrambi si spogliarono fino a rimanere in brache di pelle di daino e iniziarono la gara. Mentre si avvinghiavano, la fame del ragazzo spar e si sent pieno di vigore e di forza. Lo straniero, per, era posseduto da un potere che sembrava molto superiore a quello umano e all'irochese serv ogni grammo di forza per restare in piedi.
Mentre lottava, si girava e saltava, si sent come preso in una trance. La notte divenne mattina e l'acceso rosso dell'alba rivest i loro corpi di uno scudo rossastro. Inconsapevoli del tempo, passarono al ritmo di una danza di combattimento, i cuori che battevano all'unisono. Si fermarono solo quando il sole sprofond nei cieli. Senza fiato per la loro prestazione si sedettero fianco a fianco sulla terra calda. Quindi il ragazzo si accasci e sogn che il combattimento continuava. Quando si svegli il forestiero se n'era andato.
Il giorno seguente l'uomo ritorn; questa volta per, si present al mattino. Nuovamente parlarono di moltissime cose, nuovamente combatterono, nuovamente si riposarono insieme e nuovamente il ragazzo si svegli dal sonno quando il suo compagno era sparito. Fu felice per di constatare che con i suoi sforzi, dal giorno del combattimento, si sentiva ora molto pi in grado di sfidare la grande energia e capacit del suo avversario.
Il mattino seguente si replic il rito. Continuarono le gare senza un vincitore decisivo - sebbene il forestiero sembrasse pi debole di prima - e il giorno fin coi due combattenti che giacevano uno accanto all'altro sull'erba.
Questa volta per, quando il ragazzo si svegli dal sonno, il suo compagno era ancora accanto a lui. L'uomo osserv che il giorno dopo sarebbe stato l'ultimo che avrebbero trascorso insieme poich sapeva che il periodo di ritiro e di preghiera stava ormai finendo.
In quest'ultimo combattimento, disse lo straniero, le condizioni non sarebbero state equilibrate. Il giovane irochese lo avrebbe battuto in ogni incontro e alla fine del combattimento l'uomo pi vecchio avrebbe dovuto morire.
Il giovane lo fiss senza capire, quindi incroci le braccia, scosse la testa e si rifiut di combattere. La lotta era una prova di abilit, non un mezzo per uccidere. E come poteva uccidere qualcuno che aveva imparato a rispettare e amare?
L'uomo si alz, si rivest e disse al suo giovane amico di fare esattamente quel che gli aveva detto senza protestare o dispiacersi. Dopo il loro ultimo e fatale gioco, il ragazzo doveva scavare una tomba molto profonda. Quindi doveva togliere il copricapo e l'abito all'uomo e doveva seppellirli con lui. Infine, doveva tornare a casa, dalla sua gente, senza raccontare una parola di quello che era successo e non doveva assolutamente piangere. Sicuramente a lui avrebbe fatto piacere, disse lo straniero, se il ragazzo fosse tornato, di tanto in tanto, alla tomba, spruzzando acqua sulla terra che la copriva.
Con gli occhi pieni di lacrime non versate il ragazzo insisteva che avrebbe preferito uccidersi piuttosto che uccidere l'amico. Il suo compagno gli spieg che la sua morte era un sacrificio necessario e che ne sarebbe venuto del buono. Si sarebbero visti ancora. Quindi spar nella luce morente del giorno.
La mattina, il visitatore torn e annunci che era giunto il tempo per ingaggiare l'ultima gara. Il ragazzo esit diviso tra l'affetto e il terrore, quindi flesse i muscoli e attacc.
Il combattimento quel giorno fu duro e furioso. Il cielo era sospeso sopra di loro, gli uccelli silenziosi, il sole immobile. L'uomo combatteva fieramente, come dimentico del suo destino, e il ragazzo sudava e sforzava, sentendo che lui, piuttosto che il suo avversario, avrebbe presto perso la vita.
Alla fine, quello che era stato predetto avvenne e dopo un ultimo scontro di muscoli, nervi, ossa, energia, la gara ebbe termine. Lo straniero dalla corona dorata giaceva morto per terra. Il coraggioso giovane - non pi ragazzo - scav la tomba e adagi dolcemente il suo compagno per il riposo finale. Quindi torn dai suoi e li lasci pieni di curiosit per il suo silenzio. Quando gli domandavano quale spirito, che messaggio avesse avuto, abbassava gli occhi, e non diceva nulla.
Il suo rito di passaggio era completato. Divenne un cacciatore e impar pazientemente i segreti dai quali dipende la sopravvivenza della trib. Non importava, inoltre, quanto lontano camminasse, quanto stanco si sentisse: trovava sempre il tempo di portare l'acqua alla tomba nascosta nella foresta. Ogni tanto si guardava intorno nella vana speranza di vedere una figura alta e familiare emergere dagli alberi. Nessuno si avvicinava a lui a eccezione degli uccelli sulla sua testa e delle piccole creature che vivono strisciando e scavando in mezzo al sottobosco.
Poi, finalmente venne il tempo in cui la sua fedelt fu ricompensata. In un pomeriggio caldo, mentre portava acqua alla terra assetata, qualcosa di alto e di verde e con la corona dorata emerse dalla tomba dell'amico. La preghiera che il ragazzo aveva espresso nel periodo di ritiro era stata ascoltata. Era riuscito a ottenere qualcosa che sarebbe stato un beneficio per l'intera trib. Alla sua gente affamata aveva portato il dono del granoturco.
TTT
Il Viaggio Miracoloso di No.
Il Grande Diluvio che quasi distrusse tutte le cose viventi  insito nella memoria della razza umana. Gli antichi babilonesi, cinesi, ebrei, i popoli dell'India, tutti hanno una loro versione del cataclisma.
Nelle terre che traggono i loro insegnamenti dalla Bibbia, No  l'eroe della vicenda. I cantastorie europei, per, ricordano incidenti che non appaiono nelle sacre scritture.
Essi lamentano la distruzione di certe specie strane ed esotiche che non raggiunsero mai la salvezza nell'arca, sia perch vivevano in luoghi remoti, sia perch non sentirono le preghiere di No o anche perch furono cos stupidi da declinare l'invito quando fu loro rivolto. In questo modo il meraviglioso unicorno - quella creatura bianca e nivea dalle sembianze di un cavallo che porta un corno sulla fronte -il grifone-leonino e dalle ali d'aquila e il mastodonte dalla pelle coriacea furono persi per sempre.
Per questi e per i loro discendenti il diluvio fu la fine, non l'inizio. Per tutti gli altri animali che furono per presi a bordo - una coppia di ogni genere - il viaggio nella stiva dell'arca di legno, lunga trecento cubiti, fu un viaggio di speranza e salvezza.
Il Diavolo non era assolutamente compiaciuto di No. Se fosse dipeso dal maligno, tutte le creature di Dio sarebbero annegate nel diluvio e ci si sarebbe finalmente liberati di loro. Cos decise di sabotare l'arca.
Cambiando astutamente la sua forma, il diavolo decise di entrare nella nave sotto lo sguardo benevolo dello stesso No. Come avrebbe potuto il vecchio uomo accorgersi che uno di quei piccoli, timorosi topi che scodinzolavano con gratitudine su per la passerella sfrecciando tra le gocce di pioggia non era altri che l'innominabile principe delle Tenebre sotto mentite spoglie?
Per quaranta giorni e quaranta notti, come ci raccontano gli storici, piovve e per centocinquanta giorni e pi l'arca galleggi sull'acqua che aveva coperto la terra. Nella sua piccolissima cabina, No, sua moglie e la sua famiglia pregavano per la salvezza. Gli animali si stringevano nei loro quartieri sovraffollati sotto il pontile, traendo calore e conforto l'uno dall'altro e obbedendo al comando di No sul fatto che si sarebbero dovuti comportare con perfetta pace reciproca. Anche quelli che normalmente erano nemici dovevano riposare tranquillamente fianco a fianco per tutta la durata del viaggio.
Dietro uno dei sacchi di grano che No aveva messo per le provviste, il topo che non era un topo se ne stava per tranquillamente all'opera. Senza essere visto, n sentito, aveva iniziato a rosicchiare la stiva dell'arca. Giorno dopo giorno, il Diavolo, attaccato a un'asse, portava via pezzi di legno. Intorno a lui si era ammucchiato un mucchio di segatura. Pazientemente, egli cercava di aprire un varco. Sapeva che quando
il buco fosse diventato abbastanza largo, un grande torrente d'acqua sarebbe rovinato dentro e l'arca sarebbe affondata.
Un giorno, per, mentre No passava in rassegna le bestie sent il rumore di qualcuno che stava rosicchiando. Segu il rumore fino a un angolo nascosto e poi spost un sacco di grano. Quindi vide il topo diabolico in piedi su un mucchio di segatura. L'acqua colava nella stiva attraverso il buco.
Furioso, No si tolse lo spesso guanto di pelliccia e, arrabbiatissimo, lo lanci contro il roditore. Mentre il guanto volava nell'aria, toccato dalla mano di Dio si trasform in una bestia a quattro zampe dalla lunga coda e coperto di pelliccia: il primo gatto del mondo. Con un miagolio acutissimo il felino si lanci sul topo e lo ingoi.
no era molto grato che il gatto avesse salvato la nave dalla distruzione, ma sapeva anche che aveva violato la legge suprema dell'arca perch tutti gli animali dovevano vivere in pace, senza spargimento di sangue. Cos a no non rimase altro da fare che prendere la creatura pelosa, portarla sul ponte e lanciarla nell'acqua sotto di lui.
Dio per, che aveva creato il gatto, non
lo lasci annegare. Spieg all'animale come
tenere la testa sopra l'acqua e come nuotare.
Quindi parl a no e gli spieg che il topo
che aveva fatto il buco non era un normale
roditore ma il Diavolo sotto mentite spoglie.
Il gatto, dunque, doveva essere salvato.
Cos no tir una corda e recuper la
bestia, bagnatissima, sul ponte. Dopo essersi scrollato vigorosamente, il gatto cammin elegantemente verso il ponte, quindi trov un posto al sole dove si sdrai per far asciugare la pelliccia. Da quel momento in poi ogni gatto sulla terra odia l'acqua,
e caccia i topi nella speranza di prendere il Diavolo. Gli occhi del gatto, inoltre, brillano nel buio perch tutti i gatti hanno una piccola parte di Satana dentro di loro.
Dopo essere sfuggiti al disastro, il buco nell'arca doveva essere riparato. Un serpente si offr di fare da provvisorio tappabuchi con la sua testa triangolare, fino a che No e i suoi figli fossero riusciti a preparare un nuovo pezzo di piombo per riparare la plancia danneggiata.
Quando il lavoro fu finito e il serpente pot interrompere il suo compito, chiese che i suoi sforzi venissero ripagati. Quando No gli domand cosa si aspettava in ricompensa il serpente annunci che non aveva mai assaggiato cibo cos dolce come il sangue degli esseri umani e che uno dei figli di No gli sembrava particolarmente appetitoso. Sicuramente No avrebbe potuto sacrificarlo: aveva altri figli, quindi sarebbe stato facile.
No rifiut assolutamente. Quando vide il balenio minaccioso nei piccoli occhi del rettile e osserv saettare la lingua piena di veleno, alz il bastone e colp il serpente con una percossa mortale. Da quel momento in poi egli seppe quale potere abbiano queste creature misteriose. Tagli il serpente in pezzi piccolissimi, li tir nel fuoco ed essi bruciarono tutta la notte. Quando il serpente fu finalmente incenerito No raccolse le ceneri e le butt nel mare. Il vento per le radun e le trasform in culicidi, zanzare, tafani, moscerini e tutti gli altri insetti pestilenziali che succhiano il sangue degli animali e degli uomini. Cos il serpente vide infine soddisfatto il suo desiderio.
Poco dopo questo fatto, gli uccelli a bordo dell'arca diventarono sempre pi impazienti.
Le gazze chiacchierone - che erano state un tormento rumoroso per tutti i compagni di viaggio - si rifiutarono di restare pi a lungo sull'arca. Iniziarono allora a volare sopra le acque osservando tutti i corpi galleggianti delle vittime del diluvio.
I cantastorie raccontano che da quel momento in poi le gazze sono state viste come portatrici di sfortuna.
Anche i martin pescatore lasciarono l'arca ma per ordine di No, per controllare se le acque si erano abbassate. Gli uccelli si alzarono in alto verso i cieli, prendendo per sempre su di loro il rosso del sole e il glorioso blu, colore del cielo. Non riportarono per nessuna buona notizia di terra asciutta. Quindi No fece uscire un corvo, ma l'uccello non torn pi, preferendo fermarsi a pregare sui corpi galleggianti dei morti. Come segno del dispiacere di Dio fu costretto a vivere per sempre vicino ai cadaveri.
Alla fine, No lasci andare una colomba nell'aria. Questa volta l'uccello torn indietro, portando all'arca un ramo di ulivo e No cap da quel segno che le acque del diluvio si erano abbassate, in qualche modo e in qualche luogo. Come premio per aver riportato buone notizie, Dio diede alla colomba il suo puro, bianco splendore e un rivestimento di piume che non sarebbe mai pi mutato.
No gir l'arca nella direzione dalla quale era venuta la colomba. Trov terra asciutta che emergeva dalle acque: la cima altissima del monte che adesso si chiama Ararat.
Finalmente il viaggio era terminato. In coppia, cos come si erano imbarcati, gli uccelli, le bestie e tutti gli animali che strisciano uscirono dall'arca e si guardarono intorno. Adesso il mondo finalmente poteva ricominciare a vivere.
...
FINE.
...
.
...
Ringraziamenti.
.
Si ringraziano le seguenti persone e istituzioni: Windsor Chorlton, Londra; J. Qaisford, Londra, Ooblie Qleysteen,
Alexandria, Virginia; M. Harrison, Alexandria; Rita Hockman, Londra; Norman Kolpas, Los Angeles; Alan Lothian, Mercatale di Cortona; J. Man, Oxford; R. Olson, Londra; B. Strack, Londra; Deborah Thompson, Londra.
...
FINE.